QUANTO LAVORO

Prima d'andare innanzi, sarà bene che incominciamo a farci un idea più chiara dell'attività febbrile di Carlo H. Spurgeon. Quand'egli era pastore di campagna a Waterbeach, predicava tre volte la domenica e quattro o cinque volte in settimana. Stabilitosi a Londra, gli avveniva di predicare fino a dodici o tredici volte la settimana, in città, in provincia, e più lontano ancora: in Scozia e in Irlanda. Oltre a ciò, curava la pubblicazione dei suoi sermoni; componeva un monumentale commento sui Salmi; si occupava alacremente della costruzione del nuovo tempio e, talvolta, trovava ancora il tempo di uscire di patria, e di percorrere l'Europa, predicando nella cattedrale di Ginevra dal pulpito di Giovanni Calvino, a Parigi, in Olanda di dove era originario. Non varcò però mai l'oceano. Fu bensì invitato più volte e con insistenza ad andare agli Stati Uniti; e il celebre predicatore americano Talmage unì anche la sua voce a quella di tant'altri, per dirgli: "Passa da noi, e soccorrici" si cercò perfino di convincerlo col denaro, offrendogli 5000 lire per ogni conferenza; ma Spurgeon non si lasciò sedurre in alcun modo e non si mosse.
A Londra, non predicava solamente a New Park Street e a Surrey Gardens. Una volta, tra l'altre, acconsentì di presiedere una radunanza nella sala centrale del Palazzo di Cristallo, gigantesco "monumento di vetro" costruito pochi anni innanzi, nel 1854, e lungo mezzo chilometro; il quale è destinato ad uso di museo e di feste, di esposizioni industriali o artistiche, di concerti e cose simili. Era il 7 di Ottobre 1857 e la sala si riempì! E la sala può contenere ventitremila persone! Abbiamo sott'occhio un'incisione che rappresenta l'immensa assemblea quel giorno: se ne riceve l'impressione di un mare di teste sterminato. All'uscita si fece la colletta, che fruttò lire diciottomilacinquecento!
Ma s'immagini qual voce chiara e potente dovesse possedere l'oratore, per riuscire a farsi intendere distintamente da tutto quel popolo in ogni angolo di una sala vasta quanto una piazza. Veramente, quando gli era stato proposto di parlare nel Palazzo di Cristallo, lo Spurgeon s'era mostrato alquanto perplesso, pensando: "Mi sentiranno?" e non aderì all'invito, prima d'esser andato là a provar la sua voce o piuttosto l'acustica della immane sala. Ed ecco, a proposito, un fatto degno di essere riferito.
Salendo alla tribuna recitò con forte emissione di voce un versetto; chi dice che fosse un versetto del vangelo di S. Giovanni: "Ecco l'Angelo di Dio, che toglie il peccato del mondo"; e chi dice invece che fosse quest'altro versetto di San Paolo: "Certa è questa parola e degna di essere accettata per ogni maniera che Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori"; ma forse e gli uni e gli altri avranno egualmente ragione, poiché è verosimile che Spurgeon li abbia proferiti entrambi. La sala era vuota. Recitare queste parole, il grande predicatore capì subito che avrebbe potuto farsi sentire benissimo; le ripeté una seconda volta, e se ne andò.
Venticinque anni dopo, un fratello di lui, che era anche pastore, fu chiamato urgentemente al capezzale d'un moribondo. Il moribondo era un operaio che aveva sempre lavorato nel piombo. "Siete preparato ad andarvene?" gli domandò il pastore. "Oh si, grazie a Dio" rispose a fatica l'agonizzante. "Or molti anni, lavoravo un giorno là in alto sotto la cupola del Palazzo di Cristallo, e credevo d'esser solo. Ero tutto occupato nel mio lavoro. Prima di allora non avevo mai pensato al Signore, e non credevo che Egli si volesse curar di me; quando intesi una voce che mi pareva venir dal cielo e che disse: "Ecco l'agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo! Certa è questa parola e degna d'essere accettata per ogni maniera, che Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori"! Interruppi il lavoro. Mi parve che il Signore stesso m'avesse parlato...Ed ecco udii una seconda volta la stessa voce ripetere più melodiosamente le medesime parole. Esse mi penetrarono sino in fondo all'anima. Ne fui scosso: quel Dio a cui non avevo mai rivolto il pensiero si curava dunque di me? Mi chiamava? Mi voleva salvare? Gesù si dava a me come mio Salvatore?... Lo abbracciai subito per fede, e dal quel momento in poi non ho più cessato di servirlo".
Circa il tempo nel quale il fatto narrato dal moribondo accadeva, Carlo H. Spurgeon predicò, all'aria aperta, a dodicimila uditori, il sermone intitolato cielo e inferno, il quale è il primo che fosse tradotto in francese. Fu poi tradotto un'altra volta nella medesima lingua.
Dalla prefazione premessa alla prima versione, pubblicata nel 1858, ricaviamo notizie intorno alla fama che Spurgeon allora ventiquattrenne aveva acquistata in patria e fuori patria. Nella prefazione si dice: "Sebbene il nome di C. H. Spurgeon possegga già in Francia una certa celebrità; nondimeno poiché è supponibile che alcuni dei nostri lettori non lo conoscano ancora ci pare opportuno di dare qui un cenno sull'eminente predicatore, la cui parola originale ed efficace produce da qualche anno in Inghilterra una profonda impressione. Tuttora nel fiore degli anni, il signor Spurgeon gode il favore popolare come pochi altri oratori. Spesso egli annunzia l'Evangelo ad assemblee di cinque, dieci e quindicimila persone. Tutte le classi sociali fanno a gara per udirlo; e, quantunque certo il suo ingegno oratorio sia veramente giudicato, tutti quanti però sono d'accordo nel riconoscere l'efficacia ammaliatrice che sulle moltitudini esercita l'eloquenza energica ed incisiva del giovane predicatore".
Il massimo giornale d'Inghilterra, il Times, descriveva così un culto presieduto dallo Spurgeon nei R. Surrey Gardens: "Immaginate una congregazione di diecimila persone, che invade la sala, che dà la scalata alla tribune e alle gallerie, che cerca in un cantuccio un buon posto od anche un posto purchessia. Da tutto questo popolo ansioso, affannato, commosso si leva un mormorio confuso che fa pensare ad un immenso sciame di api. Dopo una mezz'ora di febbrile attesa, il signor Spurgeon sale alla tribuna. E subito, un fremito religioso, al quale nessuno riesce a sottrarsi, percorre, come una corrente elettrica, tutta l'assemblea da un capo all'altro; poi, per due ore, in mezzo a profondo silenzio, il predicatore ci tiene tutti avvinti sotto l'incanto magnetico della sua parola...".
Non si deve credere tuttavia che lo sforzo richiesto da siffatta predicazione e il lavoro ingente il quale, invece di scemare, crescerà sempre più con l'andar del tempo non stancasse quella fibra d'acciaio. Nel medesimo sermone "Cielo e inferno", a cui abbiamo alluso disopra, Spurgeon esclama in cospetto della colossale adunanza: "Che deliziosa, che consolante prospettiva è mai quella d'un riposo eterno! Che felicità! Tra poco questa voce, tanto spesso sfinita a cagione di sforzi continui, potrà tacere; tra poco questi polmoni affaticati non saranno più costretti a esercitarsi oltre il loro potere; tra poco questo povero cervello eccitato non sarà più assalito da un turbinio di pensieri; tra poco, assiso al celeste banchetto, io mi riposerò dal mio lavoro...".
Veramente il "tra poco" di Carlo H. Spurgeon doveva ancora durare trentatré anni, e quant'altro lavoro l'attendeva!

  


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