L’INSEGNAMENTO DELLA
SANA DOTTRINA
di Vincenzo
Labate

Oltre a ricevere
l’invito ad essere testimone coraggioso dell’Evangelo, Timoteo viene anche esortato
a continuare ad insegnare la sana dottrina. Non bisogna dimenticare che egli
era il pastore della chiesa di Efeso, che da vari anni era minacciata da errori
diversi come risulta dal discorso di Atti 20 e dalla prima Epistola a Timoteo.
Nel discorso agli anziani di Efeso Paolo, sospinto dallo Spirito Santo, aveva
detto: “Badate a voi stessi e a tutto il gregge, in mezzo al quale
lo Spirito Santo vi ha costituiti vescovi, per pascere la chiesa di Dio, che
egli ha acquistata con il proprio sangue. Io so che dopo la mia partenza si
introdurranno fra di voi lupi rapaci, i quali non risparmieranno il gregge; e
anche tra voi stessi sorgeranno uomini che insegneranno cose perverse per
trascinarsi dietro i discepoli. Perciò vegliate, ricordandovi che per tre anni,
notte e giorno, non ho cessato di ammonire ciascuno con lacrime. E ora, vi
affido a Dio e alla Parola della sua grazia, la quale può edificarvi e darvi
l'eredità di tutti i santificati”[1]. Nella Prima
Epistola a Timoteo, l’Apostolo aveva esortato il giovane ministro a rimanere ad
Efeso per agire contro coloro che tentavano di deviare dalla sana dottrina per “occuparsi
di favole e di genealogie senza fine, le quali suscitano discussioni invece di
promuovere l'opera di Dio, che è fondata sulla fede” [2].
Dall’epoca
della Prima Epistola il pericolo della falsa dottrina non era diminuito e Paolo
prevedeva, per lo Spirito, che i tempi futuri sarebbero stati assai più
difficili. Sapendo che la sua dipartita era ormai imminente, sentiva forte la
necessità di lasciare in eredità al giovane Timoteo anche l’esortazione a
continuare a pascere la chiesa con la Verità.
UN MINISTERIO DILIGENTE
“Ma
tu…compi tutti i doveri del tuo ministerio”[3].
In questa sezione che è una specie di
conclusione alle esortazioni contenute nelle prime due parti dell’Epistola,
l’Apostolo riassume con eloquente brevità i doveri del discepolo erede di un
grande ministerio. Paolo, dopo aver esortato Timoteo ad essere un testimone
coraggioso dell’Evangelo ed a nutrire la chiesa con la sana dottrina, non
poteva tralasciare quest’ultima importante esortazione. Il giovane ministro
doveva continuare ad assolvere con scrupolosità tutti i doveri del sacro
ufficio ricevuto, allo scopo di premunire la chiesa contro i pericoli del
futuro e continuare degnamente l’opera dell’Apostolo che si sentiva ormai
vicino al termine della sua carriera. Del resto il “testatore” poteva affermare
di aver servito Dio “con pura coscienza” [4]
e nel discorso agli anziani di Efeso, aveva parlato come l’aveva fatto: con
ogni umiltà, con lacrime, fra prove ed insidie, senza tirarsi indietro,
annunziando “tutto l’Evangelo”. Timoteo, stava ricevendo da Paolo la sua
“eredità”! “Compi tutti i doveri del tuo ministerio”, letteralmente
del “tuo servizio”. Il verbo contiene l’immagine di un recipiente da riempire
fino all’orlo. Timoteo doveva praticare tutti gli svariati doveri del suo
ministerio, senza nessuna lacuna. La parola, riassume tutte le precedenti
esortazioni ed è per questo che è stata riservata per ultima. Alcuni hanno
tradotto con “fa appieno fede del tuo…” o “comprova con validi argomenti il
tuo…”, ma ciò non risponde al
significato corretto del verbo, né alle esigenze del contesto poiché nessuno
metteva in dubbio il ministerio di Timoteo. Ma quell’ufficio diventava sempre più
serio e difficile e si trattava di compierlo fedelmente.
Prima di vedere quali erano e quali sono ancora oggi i
doveri del ministro diligente, è necessario fare un‘importante considerazione.
La Scrittura al capitolo 4 versetto 1, ci parla di alcuni “testimoni” davanti
ai quali bisogna compiere il proprio dovere. “Io te ne scongiuro nel cospetto di Dio e di Cristo Gesù che ha da
giudicare i vivi e i morti, e per la sua apparizione e per il suo regno”[5].
Il predicare la Parola, l’insistere, il riprendere, lo sgridare, l’esortare, il
pazientare e l’istruire dev’essere fatto considerando che prima di tutto,
questo si fa davanti a Dio, a Cristo Gesù il Giudice dei vivi e dei morti, in
vista della Sua venuta e, per l’edificazione del corpo di Cristo. Ogni ministro
dell’Evangelo quando annunzia la Parola dovrebbe porsi sempre alcune domande:
·
Dio mi
vede e mi sta ascoltando; approverà il modo in cui lo sto facendo?
·
Gesù
Cristo il Giusto Giudice mi vede; sono forse inflessibile nel giudicare gli
altri e tollerante con me stesso?
·
Mentre
svolgo il ministerio affidatomi, sto amando la Sua apparizione? Questo mi
aiuterà a non essere un professionista.
·
L’obiettivo
della mia predicazione è realmente la salvezza dei perduti e l’edificazione del
Corpo di Cristo?
1.
“Predica la Parola…”
“Predica la Parola, insisti a tempo e fuor di tempo, riprendi, sgrida,
esorta con grande pazienza e sempre istruendo” [6]. Il dovere centrale del ministro, è
quello di predicare la Parola poiché se Cristo non è annunziato non può neanche
nascere la fede. In ogni tempo, Timoteo doveva esercitare il ministerio della
Parola e ciò nel modo migliore e più efficace. Predicare la Parola per
eccellenza, è il dovere più importante del ministro[7].
Egli è chiamato ad insistere; il
verbo significa “tenersi pronto”, “essere a disposizione”, “presentarsi”,
“sopraggiungere”, da cui si può ricavare che il ministro cristiano deve essere
sempre in attività. Coloro presso cui si tratta d’insistere non sono indicati,
ma, pare di capire dal contesto che siano prima di tutto i credenti, che
bisogna istruire e spingere sulla via della santità; in secondo luogo quelli
che sono ancora estranei alla fede e che bisogna attrarre alla Verità.
Trattandosi dei supremi interessi dell’anima, è dovere di carità insistere, per
costringere ad entrare chi è indeciso ed esitante. Il servo di Dio deve
cogliere ogni opportunità di servizio. Considerando che la vita è breve, le
opportunità fuggevoli, i giorni a volte dolorosi, gli uomini poco disposti a
udire, bisogna cogliere con premura le occasioni favorevoli di seminare la
“Buona Semenza” in pubblico ed in privato, senza trascurare di annunziare la
Verità quando le circostanze sono meno propizie e l’opera più ardua [8].
L’idea è che Timoteo deve adempiere
al suo dovere di ambasciatore senza preoccuparsi troppo delle circostanze
favorevoli o sfavorevoli.
“Chi bada al vento non seminerà;
chi guarda alle nuvole non mieterà. Come tu non conosci la via del vento, né
come si formino le ossa in seno alla donna incinta, così non conosci l'opera di
Dio, che fa tutto.
Fin dal mattino semina la
tua semenza, e la sera non dar posa alle tue mani; poiché tu non sai quale dei
due lavori riuscirà meglio: se questo o quello, o se ambedue saranno ugualmente
buoni” [9]
Per la Verità, è sempre tempo
opportuno. Chi volesse aspettare le circostanze favorevoli per muoversi
aspetterebbe invano e resterebbe inattivo. Sia che si tratti di mietere le
bianche campagne o di dissodare il terreno, oppure di seminare dove altri
magari mieteranno più tardi, l’araldo di Cristo deve compiere sempre il proprio
dovere. Non importa se il servo di Dio venga considerato alla stregua di un
sobillatore; l’Evangelo dev’essere annunziato. Sia che risplenda il sole della
libertà di coscienza o regni l’intolleranza della persecuzione; sia che
l’opinione pubblica incoraggi o meno, la “Buona Novella” deve giungere alle
anime.
Qualcuno ha parafrasato così questo versetto: “non avere un tempo
stabilito, sia sempre tempo per te”.
“Non solo in tempo di pace o di
libertà, non solo seduto nella chiesa; ma se anche sei in pericolo, in carcere
o incatenato, se anche dovessi vedere avvicinarsi il giorno della morte, anche
in quelle circostanze” – sembra dire Paolo -: “Insisti”! Anche le fonti pur non
essendovi chi attinga l’acqua, sgorgano del continuo e lo stesso fanno i fiumi;
essi seguitano a scorrere.
L’uomo di Dio è chiamato anche a riprendere e nessun ministro cristiano
deve sottrarsi alla sua responsabilità sotto questo aspetto. La disciplina
cristiana a volte viene fatta passare in second’ordine; si parla tanto di
“amore”, una parola tanto usata ed abusata e in nome dell’amore a volte si
potrebbero giustificare dei comportamenti poco coerenti con l’insegnamento
della Scrittura. Amare non significa semplicemente “vogliamoci bene” ma “questo è l'amore: che camminiamo secondo i
suoi comandamenti” [10].
Inoltre, Timoteo doveva sgridare o censurare. E’ una riprensione
più energica e severa, con lo scopo di scuotere le coscienze assopite.
Doveva esortare al bene coloro che avevano bisogno di essere guidati e
incoraggiati. Tutto ciò bisognava farlo però con grande pazienza e sempre istruendo.
La prima qualità indica il modo e la
seconda il metodo che Timoteo doveva adottare; makrothumia (pazienza, sopportazione, tolleranza) è una parola cara
a Paolo ed è usata in genere con riferimento alla pazienza di Dio.
In Col.1:11 essa è usata, come qui a
proposito della pazienza del cristiano in circostanze difficili. La riprensione
cristiana, priva della grazia della pazienza ha spesso portato ad un atteggiamento
d’aspra condanna che è molto nocivo alla causa di Cristo. Ma l’altro requisito
è altrettanto essenziale, in quanto la correzione dev’essere compresa con
intelligenza e pertanto basata sulla dottrina. Sgridare senza istruire
significa lasciare intatta la radice dell’errore.
Al versetto 4:3 dell’Epistola si
allude ad un tempo in cui la verità non piacerà perché condanna il peccato.
Cosa fare in questa circostanza per
continuare ad essere un ministro diligente? La risposta è:
2.
“…Sii vigilante…”
“Ma tu sii vigilante in ogni cosa,
soffri afflizioni, fa l'opera d'evangelista, compi tutti i doveri del tuo
ministerio”.
Vigilare significa mantenersi in quello stato di
mente sveglia, lucida, attiva, che è proprio di chi non è ubriaco. Qui
l’Apostolo torna a dire: “stai all’erta, non lasciarti offuscare la mente né
intorpidire il cuore da errori, da passioni, da timori. Tieniti pronto e
disposto ad approfittare di ogni opportunità, ad intuire la condotta da tenere
in ogni emergenza, a discernere i segni dei tempi per essere all’altezza di
essi”.
“Sii vigilante” potrebbe anche voler dire: “non
annacquare il messaggio dell’Evangelo, non comprometterlo, non l’ammorbidire
per ricevere consensi, non svenderlo per la semplice ragione di essere gradito
alla gente. Accetta l’eventualità di soffrire per l’Evangelo; magari anche
quella che dalla tua chiesa se ne vadano tutti e tu rimanga solo; anche in
quella circostanza non mutare l’insegnamento della sana dottrina. Anche se
sarai incompreso non compromettere mai il tuo ministerio”.
“L’eredità” che Timoteo stava ricevendo da Paolo
doveva continuare ad essere protetta gelosamente.
Davanti ai tanti “re Achab” che vengono sotto varie
forme dicendo: “Dammi la tua vigna…e in sua vece ti darò una vigna
migliore…” [11], chi è stato chiamato ad un
ministerio diligente deve rispondere con Naboth:
“MI GUARDI L'ETERNO DAL DARTI
L'EREDITÀ DEI MIEI PADRI!” [12].
3.
La ricompensa ad un
ministerio diligente
“Quanto a me io sto per esser
offerto a mo' di libazione, e il tempo della mia dipartenza è giunto. Io ho
combattuto il buon combattimento, ho finito la corsa, ho serbata la fede; del
rimanente mi è riservata la corona di giustizia che il Signore, il giusto
giudice, mi assegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti quelli
che avranno amato la sua apparizione”[13]
In questi versetti della Parola del Signore, Paolo
ispirato dallo Spirito Santo oltre a descrivere in modo sublime la fine del
proprio ministerio vuole ricordare a Timoteo e ad ogni servitore di Dio, di
ogni tempo, che c’è una ricompensa nel servire il Signore. Nell’Epistola ai
Colossesi aveva scritto: “Qualunque cosa facciate, operate di buon
animo, come per il Signore e non per gli uomini; sapendo che dal Signore
riceverete per ricompensa l'eredità. Servite a Cristo il Signore!”[14]
Paolo era cosciente della sua prossima dipartita.
Infatti, paragona la sua vita alla libazione, un’offerta che consisteva nel
versare del vino intorno o sopra il sacrificio[15].
La sua carcerazione, l’andamento del suo processo, gli appaiono come il preludio
del martirio, come i preparativi della libazione, ecco perché l’originale
recita: “già sono sparso”. L’Apostolo sapeva che era giunto il tempo di
“tornare a casa”. La parola dipartenza esprime trionfalmente l’idea che Paolo aveva della
sua fine; è “uno sciogliere o slegare, come di una nave dai suoi ormeggi o di
una tenda smontata da un soldato”. L’immagine dell’agone[16], è generale, e presenta la
carriera dell’Apostolo come una gara, una lotta, simile a quelle che
sostenevano gli atleti nei giochi pubblici del pugilato, della corsa, della
lotta[17].
La vita di Paolo è stata quella dell’atleta; soltanto, mentre questo si
sottoponeva a severa disciplina, a fatiche ed a sforzi straordinari per
ottenere una corona che appassiva, come ogni gloria umana, Paolo ha sostenuto
la gara, ha faticato, ha sofferto, ma ha lottato per la causa più nobile ed
importante che esiste, quella dell’Evangelo!
Ha lottato in
vista di una corona eterna. Come alla fine della corsa l’atleta vincitore
riceveva la corona preparata per lui, così Paolo che sa di aver lottato
fedelmente, ha la certezza che non gli mancherà la corona delle celesti
retribuzioni. Verso quella, ormai volge lo sguardo, poiché la sua attività è
vicina alla fine. Egli sa di non aver corso invano e che gli è riservata da Dio
la corona della giustizia, vale a dire la corona che spetta ad una vita cristiana
spesa nella pratica della giustizia.
Ma quella corona non era solo per Paolo ma anche per
tutti quelli che come Paolo continueranno ad essere dei combattenti della fede.
La lezione è evidente; l’Apostolo sembra voler dire:
“C’è una ricompensa per tutti; per me, per te, per quanti avranno amato la Sua
apparizione”.
A Timoteo come ad ogni servitore di
Dio, la Scrittura esorta:
“RICORDATEVI DEI
VOSTRI CONDUTTORI, I QUALI V'HANNO ANNUNZIATO LA PAROLA DI DIO; E CONSIDERANDO
COM'HANNO FINITO LA LORO CARRIERA, IMITATE LA LORO FEDE”[18]
Gli argomenti trattati
in quest’Epistola continuano ad essere degli insegnamenti validi e fondamentali
per la Chiesa in ogni tempo. Considerata esternamente, la situazione di Paolo è
quella di un vinto. Egli è incarcerato, prossimo al martirio, abbandonato dai
suoi. Eppure quale grandezza morale in quel prigioniero, quale canto di
vittoria in quel vinto, quale gloria di speranza in quel derelitto! E come
appare invidiabile malgrado le catene la sorte di quell’uomo, sia che si guardi
al modo in cui ha speso la vita o al come considera la morte, sia al modo in
cui riguarda all’al di la. Non a caso la Seconda Epistola a Timoteo è stata
definita con il seguente appellativo: “Il canto del cigno”[19].
Ci aiuti il Signore a poter continuare sulla stessa strada
percorsa dall’Apostolo delle genti e di possedere lo stesso sentimento che lo
animò sino alla fine:
“Non ch'io abbia già ottenuto il
premio o che sia già arrivato alla perfezione; ma proseguo il corso se mai io
possa afferrare il premio; poiché anch'io sono stato afferrato da Cristo Gesù.
Fratelli, io non reputo d'avere ancora ottenuto il premio; ma una cosa fo:
dimenticando le cose che stanno dietro e protendendomi verso quelle che stanno
dinanzi, proseguo il corso verso la mèta per ottenere il premio della superna
vocazione di Dio in Cristo Gesù. Sia questo dunque il sentimento di quanti
siamo maturi” [20].
CORAGGIO ELETTA SCHIERA [21]
Coraggio
eletta schiera
Coraggio con Gesù
L’invitta Sua bandiera
Non cada in servitù
Se pur la lotta è dura
Di Dio e del Vangelo
Vestiamo l’armatura
Per la virtù del ciel
Con l’arma dell’amore
Avanti con Gesù
Al male ed all’errore
Noi ci opporrem quaggiù
Deh proclamiam con fede
Di Cristo l’Evangelo
Potenza per chi crede
Certezza per il ciel
Ben presto la vittoria
Avanti con Gesù
Premiati nella gloria
Sarem da Lui lassù
Tra quei che combattuto
Avran pel Re dei re
Che il corso avran compiuto
[1] Atti 20:28-32
[2] I Tim.1:4
[3] II Tim.4:5
[4] II Tim.1:3
[5]
II Tim.4:1
[6]
II Tim.4:2
[7]
Marco 16:15
[8] Eb.4:16; Ef.5:15,16
[9] Eccl.11:4-6
[10] II Giov.1:6
[11] I Re 21:2
[12] I Re 21:3
[13] II Tim.4:6-8
[14] Col.3:23-25
[15] Num.15:5; 28:7
[16] Agone. Presso gli antichi greci, il luogo in cui si svolgeva una gara, un combattimento; per estensione indica anche la gara o il combattimento vero e proprio.
[17] I Cor.9:24-27
[18] Eb.13:7
[19] Da un’antica tradizione secondo cui il cigno, prima di morire, intonerebbe un canto estremamente dolce. (Diz. Garzanti della Lingua Italiana)
[20] Filippesi 3:12-15
[21] Inno n° 519 da “Inni di Lode”, Innario delle Chiese Cristiane Evangeliche
“Assemblee di Dio in Italia”.