Cristiani Evangelici di Fede Pentecostale

Le Difficoltà


L’ETICA PRESENTAZIONE


Il rapporto tra chiesa e società è una delle problematiche del mondo attuale.
I cristiani, per la natura stessa della loro vocazione, non si identificano con coloro che si ribellano alle autorità costituite professando una falsa forma di anarchia che permette loro l'annullamento di ogni norma.
Questa breve analisi sull'argomento ha lo scopo di richiamare l'attenzione dei cristiani al ruolo che essi hanno nella società attuale, fondato su quella forma di equilibrio cristiano che è rivelato dalle Sacre Scritture.
"Dio è ordine" e il cristiano, guidato dallo Spirito Santo, non accetta le forme di reazione che attualmente si manifestano nella società, ma continua ad essere un cittadino retto, rispettoso secondo l'insegnamento delle Scritture sulle autorità stabilite.

Francesco Toppi


INTRODUZIONE


La Sacra Scrittura riconosce la legittimità dei governi fondandosi su Romani 13:1-7. Il testo biblico che afferma: "non v'è autorità se non da Dio e le autorità che esistono sono state stabilite da Dio", significa che tutti i governi agiscono nella volontà di Dio? Purtroppo esistono governi iniqui e totalitari. Il termine "non c'è autorità se non da Dio" esprime il concetto che Dio è ordine rivela la necessità che la società sia organizzata per il benessere comune.
Queste autorità, qualunque esse siano, secondo la forma di Stato, sono "ministri di Dio"[1] ; piuttosto che all'autorità politica sembra riferirsi direttamente al sistema giudiziario, quello della magistratura[2] che è al di sopra della classe politica imperante, ed è istituito da Dio per compiere un'alta missione morale e fare in modo che la società si fondi su principi morali e civili di giustizia, cioè "per proteggere ed incoraggiare il bene ed incutere spavento al male"[3] .
E' evidente che la Scrittura distingue la sfera spirituale e cristiana dalla sfera civile e politica. Tanto è vero che, mentre nel capitolo 12 dei Romani si parla dell'etica fondamentale del credente ed è sottolineato il fatto che il cristiano debba prima di tutto:
a. Consacrarsi a Dio (vv. 1-2)
b. Mostrare umiltà per i carismi ricevuti da Dio (vv. 3-8)
c. Il dovere dell'amore fraterno (vv. 9-13)
d. Il dovere dell'amore verso tutti (vv. 14-16)
e. Il dovere dell'aiuto fraterno verso i nostri simili, come dimostrazione della propria santificazione in vista del ritorno di Cristo (vv. 17-21).
Al capitolo 13 invece, viene sottolineato il dovere dei cristiani verso la società civile. Occorre ricordare che la società e le autorità di cui parla l'Apostolo non erano assolutamente simpatizzanti e tolleranti verso la fede cristiana; quelle autorità stabilite da Dio erano: l'Imperatore Romano (Nerone), il Senato dell'Impero, fino ai funzionari delle varie province occupate. Tuttavia il principio biblico rimane, che è poi il principio di quel centurione che si avvicinò a Gesù [4].
Il rapporto tra autorità e credente è fondato sul principio di coscienza [5]. Il cristiano osserva le leggi non per semplice convenienza ed utilità, ma per questione di coscienza.


CAPITOLO UNO


IL RUOLO DELLA
COSCIENZA CRISTIANA

La Scrittura parla anche di imposte e di tasse[6] che debbono essere pagate e che riguardano il sostegno dell'impalcatura statale per il benessere della società.
Il concetto del pagamento delle imposte e delle tasse come un'ingiustizia da subire è legato unicamente al fatto che spesso lo Stato non adempie ai propri compiti sociali e assistenziali.
La coscienza del cristiano è illuminata e sensibilizzata dallo Spirito Santo ed è logico che essa sia regolata dalla volontà di Dio come è rivelata nella Sacra Scrittura.
Infatti, mentre per coscienza e non per convenienza, il credente osserva le leggi dello Stato, questa sua coscienza cristiana gli fa identificare tutte quelle norme dell'autorità civile contrarie alla volontà di Dio, cosicché come gli apostoli, tutti i credenti che seguono l'Evangelo, osservano il principio di Atti 5:29: "ma Pietro e gli altri apostoli, rispondendo, dissero: bisogna ubbidire a Dio anziché agli uomini".
Ne consegue quindi che i cristiani, pur essendo dei cittadini modello che rispettano tutte le norme civili stabilite dalle autorità dello Stato, siano pronti tuttavia ad una resistenza "passiva" che si oppone all'intromissione dello Stato in questioni di fede e di religione.
Per questa ragione i cristiani, attraverso tutta la storia umana, hanno patito persecuzioni e martiri.
Che si intende per resistenza "passiva"? Non una sollevazione armata e rivoluzionaria, ma una pacata e perseverante fermezza a resistere a leggi inique che impediscono la libertà di coscienza e di religione.

1. Evangelismo e militanza politica

L'argomento risulta essere di grande attualità in quanto la politicizzazione della società ad ogni livello crea dei grossi problemi di coscienza ai cristiani fedeli all'Evangelo. Vogliamo però, prima di considerare l'aspetto biblico del problema, valutare storicamente i risultati dell'ingerenza della chiesa nello Stato.
Infatti fin dall'unità d'Italia l'impegno politico di alcuni settori dell'evangelismo ha prodotto conseguenze deleterie, che si potevano prevedere soprattutto per il vasto potere politico del cattolicesimo, prima con il potere temporale ed in seguito con il sostenere fazioni partitiche del Paese.
Quella che poteva rivelarsi come la grande occasione dell'evangelismo italiano nel 1800, fu ridotta al nulla proprio dalla diretta adesione a partiti di destra o di sinistra, producendo conseguenze luttuose per un movimento che poteva configurarsi come vero risveglio evangelico.
Si salvarono numericamente e spiritualmente soltanto quelle comunità che riuscirono a scindere l'impegno sociale da quello politico. Nel movimento pentecostale, il primo riferimento ad una posizione biblica rispetto all'impegno politico, lo troviamo nell'unico documento scaturito dal II Convegno (1929), pubblicato nel 1930, per ottenere il riconoscimento del ministro di culto della Congregazione Cristiana (denominata pentecostale) di Roma, quando i nostri fratelli così si esprimevano:
"I nostri fedeli sono alieni da ogni forma di politica, essendo il loro ministerio esclusivamente spirituale e con la visione del solo Regno di Dio" [7].
Questa dichiarazione, coerente con le proprie convinzioni di fede, risuonò allora come un atto sovversivo nei confronti dell'unico partito politico al potere: il partito fascista, e nel 1935 si scatenò una dura persecuzione verso i pentecostali perchè "disfattisti" e impegnati in una "attività contraria al Regime".
Nel secondo dopoguerra i pentecostali, come è noto, dovettero subire vessazioni fino al 1955, quando quella ignominiosa circolare, che aveva provocato tante violenze ai loro danni, venne annullata dal Ministero dell'Interno.
Intanto, nel 1947 si costituivano le "ADI" e nello statuto redatto nel 1948, veniva ribadito che "le Assemblee di Dio in Italia sono al di sopra e al di fuori di ogni competizione e movimento politico, dai quali si astengono, sollecite soltanto al Ministerio del Regno di Dio" [8].
Nelle note allo statuto, approvate poi nell'Assemblea Generale del 1978, si specifica: "l'astensione qui espressa non deve essere intesa come assenza di impegno sociale e civile in quanto i membri delle A.D.I., proprio in forza della loro esperienza di fede vivono e attuano praticamente nella vita quotidiana i principi dell'Evangelo, che affermano il rispetto della persona umana, non esercitando pressioni di alcun genere su opinioni e scelte individuali" [9].
Quindi, viene così introdotta una fondamentale distinzione, la differenza, cioè, tra l'impegno politico e quello sociale, in quanto pur essendo "al di sopra e al di fuori di ogni competizione e movimento politico", i membri delle nostre chiese, "proprio in forza della loro esperienza di fede vivono e attuano praticamente nella vita quotidiana i principi dell'Evangelo...", concorrendo al bene spirituale, morale, etico e sociale dell'ambiente in cui vivono, svolgendo così il proprio ruolo di "sale della terra" [10].
Questo vuol dire che non soltanto la testimonianza cristiana si manifesta con un'etica coerente all'Evangelo, come afferma la Scrittura quando dichiara che bisogna avere "una buona testimonianza da quelli di fuori" [11], ma anche con un impegno pratico in tutte le "opere pietose", quindi nelle attività sociali a favore della collettività.
Dunque il rifiuto da parte dei cristiani evangelici all'attivismo politico non è, come considerato da molti, assenza di interesse nell'ambito della vita nazionale.
La militanza politica non sembra rientri nelle finalità dell'impegno del credente, perchè essere discepoli di Cristo vuol dire superare tutte le "barriere e gli steccati" posti dalla società umana, allo scopo di raggiungere tutti, indistintamente, cioè "ogni creatura", secondo il mandato di Gesù [12].
Infatti la militanza politica di qualsiasi tendenza, per la sua stessa natura, divide la gente in gruppi e li pone inevitabilmente in competizione tra loro, li distingue in alleati o in avversari, e tale competizione divide il popolo di Dio.
Questa posizione sembra la più equilibrata, perchè quanti si sono impegnati in attività politiche prima o poi hanno dovuto scoprire che la predicazione dell'Evangelo non poteva più essere "senza parzialità" in quanto la politica divide ma l'Evangelo unisce perchè contiene un messaggio universale.
Il Nuovo Testamento però afferma chiaramente: "Se uno va alla guerra non si impaccia delle faccende della vita; e ciò al fin di piacere a colui che l'ha arruolato" [13], o come rende una parafrasi moderna: "Quando uno fa il soldato non perde tempo con i problemi della vita comune: si preoccupa soltanto di far contento il suo comandante" [14].
Oppure: "Come soldato di Cristo non lasciarti legare negli affari mondani, perchè allora non puoi soddisfare colui che ti ha arruolato nel suo esercito" [15]. Il testo riguarda direttamente Timoteo e quindi è un preciso riferimento ai ministri del Vangelo, ma ha un significato ancora più vasto e si rivolge a tutti.
Se così non fosse dovremmo introdurre una inesistente distinzione tra clero e laicato, mentre invece riconosciamo che il ministerio cristiano è un servizio che si esprime con la vocazione divina per l'opera dello Spirito Santo, ma non costituisce uno "status" diverso da quello proprio del sacerdozio universale dei credenti.
Infine bisogna fare una considerazione di carattere etico. Il potere politico, purtroppo, si regge sempre su compromessi ed un cristiano dovrà soggiacere ai giochi politici della maggioranza.
Quindi il vero coinvolgimento "politico" del cristiano è quello di rispettare le leggi e di vivere una vita retta ed onesta che onori Dio e l'Evangelo.

a. Il cristiano dinanzi al voto

Naturalmente, quanto detto finora non si riferisce al voto perchè il cristiano, come cittadino, ha diritti e doveri verso la società in cui vive, ed uno di questi è il diritto-dovere del voto, attraverso il quale può esprimere secondo coscienza le proprie scelte. La scelta sarà rivolta a quei gruppi che per la loro natura e tradizione politica garantiscono la libertà di coscienza e di culto, in quanto la libertà religiosa è la "madre di tutte le libertà".
Tutti gli altri principi e posizioni anche di carattere sociale assumeranno, quindi, un valore secondario rispetto a quello fondamentale della libertà religiosa. I cristiani partecipano anche ai vari referendum su argomenti diversi esprimendo il proprio parere conforme alle norme bibliche in materia.
Quindi, ogni cristiano è chiamato ad esercitare il diritto-dovere di prendere parte alle votazioni politiche, compiendo la propria scelta, secondo coscienza, nel timore del Signore, con la preghiera che siano eletti coloro che governando ci garantiscano, secondo il piano di Dio, di poter "condurre una vita tranquilla e quieta in tutta pietà e dignità..." [16].

2. L'obiezione di coscienza

L'obiezione di coscienza è definita come "l'atto di chi, per ragioni ideologiche o principi morali, rifiuta di compiere determinati atti imposti o consentiti dalla legge"[17] (come il servizio militare e il procurare l'aborto legale).

a. Il servizio militare:

La posizione della chiesa rispetto all'obiezione di coscienza, soprattutto quella del servizio militare e alla partecipazione alla guerra, ha fatto versare fiumi di inchiostro.
Nel periodo del regime fascista una delle accuse fatte ai pentecostali, fu quella di rifiuto del servizio militare. Il concetto militarista del regime riteneva anche per questo che i pentecostali fossero dei sovversivi.
Bisogna notare che questa accusa venne fatta confondendo l'obbligatorietà stabilita dai Testimoni di Geova e dagli Avventisti del Settimo Giorno ad astenersi dal servizio militare.
Mentre, in qualche caso di pentecostali il rifiuto di prendere le armi, era unicamente la manifestazione di una obiezione personale di coscienza.
Ultimamente la Chiesa Avventista del Settimo Giorno ha richiesto di inserire nell'Intesa con lo Stato, l'obiezione di coscienza per tutti i membri comunicanti.
Riteniamo, però, che la coercizione all'obiezione di coscienza da parte di una chiesa è in contrasto con lo stesso principio individuale dell'obiezione stessa.
La chiesa non può stabilire a priori e generalizzare su queste questioni. L'unico aspetto è quello di una equilibrata istruzione in materia affinchè nessun credente utilizzi impropriamente l'obiezione di coscienza per evitare il servizio militare.
Deve il cristiano partecipare in caso di guerra a difendere il proprio paese? Il problema è molto arduo da risolvere in quanto perfino chi non imbraccia un'arma, ma è ingaggiato in un servizio sanitario, collabora indirettamente a sostenere la guerra.
In una nazione in guerra tutta la popolazione partecipa indirettamente a sostenere lo stato di conflitto. Bisogna evitare sia il letteralismo biblico, sia l'ipocrisia, lasciando che ognuno eserciti liberamente le proprie scelte.

b. L'aborto:

Fin qui abbiam parlato dell'obiezione di coscienza dal servizio militare. Per quello che riguarda attualmente l'obiezione di coscienza per l'esercizio dell'aborto legale, del quale i medici hanno il diritto, l'argomento è fuori discussione.
Non crediamo biblicamente che un medico cristiano possa provocare l'aborto in quanto questo è interruzione della gravidanza entro il centottantesimo giorno di gestazione, ma anche in questo caso si deve lasciare la libertà di obiezione di coscienza al medico perfino per l'aborto terapeutico, cioè quello procurato nei casi consentiti dalla legge.v "Nè presso di me alcuna richiesta sarà valida per indurmi a somministrare veleno a qualcuno, nè darò mai consigli di tal genere. Similmente non opererò sulle donne allo scopo di impedire il concepimento e di procurare l'aborto" [18].
Questa dichiarazione fa parte del giuramento di Ippocrate che i medici hanno assunto da secoli come modello morale per disciplinare la propria vita impegnata a guarire. Purtroppo nella mentalità contemporanea l'aborto è diventato così frequente che gli esperti demografici dicono che, in pratica, è diventato una nuova forma di controllo delle nascite.
Più del novanta per cento degli aborti negli Stati Uniti non hanno niente a che vedere con la salute della donna.
Vengono praticati solamente perchè la donna vuole evitare preoccupazioni e continuare a vivere comodamente. In quest'epoca in cui dominano il vantaggio e la comodità personali, l'aborto ci viene presentato come un modo "semplice e veloce" per eliminare un problema fastidioso.
I consulenti in materia di aborto, per la maggiore, non dicono tutta la verità su quello che una donna sta per fare sul bambino e su se stessa. Infatti l'aborto è un intervento delicato che può dar luogo a complicazione e non è privo di rischi, contrariamente a quanto si crede.
Le statistiche dimostrano che, dopo un aborto legale, nelle donne aumentano le possibilità di futuri aborti spontanei, di nascite premature, di sterilità e di gravi disturbi emotivi che si protraggono nel tempo.
Per molti comunque, l'aborto non è un problema, forse perchè non si comprende in realtà quand'è che un bambino, non ancora nato, diventa una persona. Già al momento del concepimento, per un miracolo divino, esiste una nuova vita, il cui cuore comincia a battere dai quattordici ai ventotto giorni dal concepimento (di solito prima ancora che la madre sappia di attendere un bambino) e il trentesimo giorno quasi tutti gli organi hanno cominciato a formarsi.
"Ogni stadio dello sviluppo, dal momento della fecondazione alla vecchiaia, è soltanto una maturazione di ciò che era presente sin dall'inizio" [19].
"Poichè sei Tu che hai formato le mie reni, che m'hai intessuto nel seno di mia madre...le mie ossa non ti erano nascoste quando io fui formato in occulto...i tuoi occhi videro la massa informe del mio corpo; e nel tuo libro erano tutti scritti i giorni che m'eran destinati, quando nessuno d'essi era sorto ancora" [20].

c. L'eutanasia:

Come l'aborto, anche l'eutanasia sembra interessare l'argomento dell'obiezione di coscienza.
Dall'originale greco significa "buona morte" [21], ma oggi il senso più comune di eutanasia è "morte non dolorosa", ossia porre deliberatamente termine alla vita di un malato al fine di evitare, in casi di malattie incurabili, lunghe sofferenze.
Questa è detta volontaria se richiesta e autorizzata dal paziente e può essere ottenuta o con la sospensione del trattamento medico che mantiene artificialmente il paziente in vita (eutanasia passiva) o attraverso la somministrazione di farmaci atti ad affrettare o a procurare la morte (eutanasia attiva).
Come cristiani affermiamo il "valore della vita", considerando questa come un dono di Dio [22]: il Signore Gesù ci ha insegnato che il suo valore non è legato all'utilità che l'individuo può avere agli occhi della società.
Procurare la "morte per compassione", spesso maschera inconsapevoli motivi egoistici: non solo alleviare le sofferenze al malato, ma anche sgravare i parenti dal travaglio e dalla tensione.
Anche se l'eutanasia, a prima vista, potrebbe sembrare la via d'uscita più pietosa ed umana ad un male incurabile, non collima però col pensiero biblico.
L'apostolo Paolo ha scoperto il valore della propria esistenza anche nella debolezza e nella malattia [23]. Se l'eutanasia è indice di un'involuzione socio-culturale che tiene sempre meno in considerazione il prezioso valore della vita, accettando Gesù Cristo come Salvatore e Signore e realizzando la salvezza, l'uomo scopre il vero significato della vita che Dio ha dato all'uomo.
Ciò risalta chiaramente nelle straordinarie parole di Gesù: "Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morrà mai"[24].


CAPITOLO DUE


IL CRISTIANESIMO E
LE AUTORITA' CIVILI

Se Dio ha stabilito le autorità è Egli responsabile di tutti gli abusi che queste commettono? Una lettura superficiale del testo potrebbe rendere responsabile Dio delle iniquità commesse dalle autorità civili, ma Dio ha stabilito delle regole per il bene.
La stessa interpretazione potrebbe essere data per i cristiani infedeli. Il Signore, nella sua Parola, ha stabilito dei principi che purtroppo non tutti i credenti osservano. Sarebbe allora Dio responsabile delle infedeltà del suo popolo?
I cattivi amministratori come i cristiani infedeli, saranno giudicati per i loro abusi; addirittura il testo afferma: "...chi resiste all'autorità si oppone all'ordine di Dio; e quelli che vi si oppongono, si attireranno addosso una pena" [25].
Le autorità che faranno degli abusi saranno esse stesse giudicate dalle loro azioni. Quindi l'ordine della vita civile è istituito da Dio e le azioni delle autorità civili sono sottoposte al giudizio di Dio.
Da questi principi generali scaturisce quale deve essere l'attitudine dei cristiani nei rapporti con lo Stato e la vita civile. Abbiamo visto come il credente utilizzi la resistenza passiva, tuttavia si ritiene l'opportunità del "non coinvolgimento" nella militanza politica ed abbiamo nella Scrittura l'esempio significativo di Gesù stesso:
"E Gesù disse loro: Io vi dico in verità che nella nuova creazione, quando il Figliuol dell'uomo sederà sul trono della sua gloria, anche voi che m'avete seguitato, sederete su dodici troni a giudicare le dodici tribù d'Israele" [26].
Ed ancora: "Ma Egli disse loro: i re delle nazioni le signoreggiano, e quelli che hanno autorità su di esse son chiamati benefattori. Ma tra voi non ha da essere così; anzi, il maggiore fra voi sia come il minore, e chi governa come colui che serve"[27].

1. L'attitudine di Gesù verso le autorità civili

L'attitudine espressa nel Nuovo Testamento verso lo Stato è la stessa attitudine di Gesù, e questa provvede il suggerimento guida per i cristiani nelle relazioni politiche. Gesù riconobbe la funzione legittima del governo almeno riguardo a tre aspetti:

a. per mantenere l'ordine: "E quando furono venuti a Capernaum, quelli che riscotevano le didramme si accostarono a Pietro e dissero: il vostro maestro non paga egli le didramme? Egli rispose: si. E quando fu entrato in casa, Gesù lo prevenne e gli disse: Che te ne pare, Simone? I re della terra da chi prendono i tributi o il censo? Dai loro figliuoli o dagli stranieri?" [28].

b. Per l'esazione delle tasse: "...il tributo a chi dovete il tributo, la gabella a chi la gabella..." [29].

c. Per il riconoscimento del sistema monetario: "Gesù disse loro: rendete a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio"[30].

Quest'ultimo testo stabilisce i principi fondamentali per risolvere il contenzioso tra l'autorità divina e quella umana, la Chiesa e lo Stato.
E' da notare che la critica di Gesù non era diretta al governo come istituzione ma ai suoi abusi. Egli chiamò Erode una volpe: "...andate a dire a quella volpe..." [31], e parlò del lievito di Erode: "badate, guardatevi dal lievito dei Farisei e dal lievito di Erode" [32]; condannò il potere fine a se stesso, tuttavia specificando che l'autorità viene da Dio:
"Gesù gli rispose: tu non avresti potestà alcuna contro di me, se ciò non ti fosse stato dato da alto..." [33].
Ai discepoli consigliò di evitare di presentare i loro casi alla magistratura terrena: "Fà presto amichevole accordo col tuo avversario mentre sei ancora per via con lui; che talora il tuo avversario non ti dia in man del giudice, e il giudice in man delle guardie, e tu sii cacciato in prigione" [34], sottolineando una giustizia che viene dalla coscienza illuminata da Dio.
Gesù rifiutò il suo coinvolgimento politico diventando re e dichiarando che il suo regno non era di questo mondo [35].
I principi stabiliti da Cristo riguardo all'ordine civile e politico rivelano un fatto importante: il suo scopo non era quello di stabilire un nuovo ordine sociale con regole nuove, ma quello di fare degli uomini nuovi che a loro volta avrebbero prodotto un nuovo ordine di cose.
Tuttavia nei secoli i principi stabiliti da Gesù, dove l'Evangelo ha manifestato la propria influenza, hanno profondamente umanizzato le leggi.
Nel Nuovo Testamento l'apostolo Paolo è ispirato dallo Spirito Santo a scrivere sulla natura e sulle funzioni dello Stato e delle responsabilità e dei rapporti che il cristiano deve avere con le autorità.

2. Varie forme di Stato

Esistono attualmente due forme di Stato: Democratico e Totalitario. Tuttavia ultimamente sta sorgendo, sotto mentite spoglie, una forma ibrida tra le due, come il risultato dell'influenza della dialettica hegheliana che, su principio della tesi, antitesi e sintesi, ha completamente appiattito e annullato i valori assoluti.
La forma democratica è costituita da una nazione che è governata da rappresentanti del popolo, eletti con libere elezioni nelle quali il popolo esprime la propria volontà. E' un governo fondato sul consenso e sulla partecipazione del popolo e sulla base di una costituzione che protegge i cittadini garantendo le libertà fondamentali.
Una società democratica è caratterizzata da partiti politici multipli e provvede che le forme basilari delle libertà consentano la preservazione e la promozione della dignità e del benessere umani. Alla forma democratica esistono molte varianti, costituite da metodi diversi di votazioni.
I principali sono:
1. Metodo Proporzionale
2. Metodo Maggioritario
Ambedue questi metodi, come tutte le cose umane, hanno dei pro e dei contro, perché la democrazia ha le sue debolezze.
Il sistema Proporzionale consente una rappresentatività nel Parlamento in percentuale e il governo, se non ha la maggioranza assoluta, deve associarsi in governi di coalizione.
Può accadere quindi che i gruppi minoritari concorrano con il partito di maggioranza relativa a formare la maggioranza assoluta. Una forma logica per evitare questo, è lo sbarramento al quattro-cinque per cento per entrare in Parlamento, ma anche in questo caso le forme di coalizione avvengono prima della votazione.
Altra soluzione, apparentemente, sembra il metodo maggioritario di votazione nel quale si formano due blocchi antitetici in cui confluiscono i vari gruppi politici e gli elettori sono obbligati o per l'uno o per l'altro blocco e quindi limitando in pratica la loro libertà di scelta. L'unica prerogativa che rimane è quella della garanzia delle libertà.

3. Le forme di Governo

Le forme di governo possono essere: Parlamentare e Presidenziale.
La prima ha la debolezza di far cadere facilmente i governi se non ricevono la fiducia del Parlamento. La seconda, pur essendo più stabile, ha il grave pericolo di diventare una forma para-totalitaria.
L'altra forma dello Stato moderno è quella totalitaria, nella quale lo Stato controlla tutti gli aspetti della vita civile e religiosa dei cittadini.
Il prezzo pagato è la limitazione dei valori spirituali, politici e religiosi della libertà, una limitazione della dignità umana e della libertà di scambi economici.
In questo caso, generalmente con un "golpe" più o meno cruento, un partito o un gruppo militare prende il potere sugli altri e controlla tutti gli aspetti della vita associata. Per la sua forma di controllo è evidente che questa è incompatibile con il concetto cristiano dell'esistenza.
Lo Stato democratico, nonostante le sue debolezze, sembra essere più in armonia con il concetto cristiano; la democrazia però, non può identificarsi con il Cristianesimo come se fosse la stessa cosa, in quanto le comunità cristiane non sono governate democraticamente; infatti la forma di governo della comunità cristiana non è democratica ma cristocratica, cioè il Signore Gesù Cristo governa il suo popolo mediante la sua Parola e il suo Spirito, e quindi coloro che sono eletti alla guida delle comunità debbono avere necessariamente la chiamata e il dono di Dio e manifestare i requisiti del ministerio cristiano.
Questi requisiti che riguardano l'esercizio del ministerio cristiano, sono descritti nel Nuovo Testamento e in particolare nella prima epistola di Paolo a Timoteo e in quella a Tito [36].
Questi possono riassumersi come segue:
a. chiara evidenza della chiamata divina che si manifesta mediante il dono , il carattere e le attitudini;
b. una matura esperienza e quei requisiti che rendono idonei al ministerio cristiano, oltrechè una adeguata preparazione biblica e teologica;
c. possedere una sufficiente conoscenza della sana dottrina evangelica, unita alla capacità di poter insegnare ad altri la via della salvezza;
d. una vita morale e dei precedenti irreprensibili.
Ne consegue quindi che i rapporti tra Chiesa e Stato debbano rispecchiare il concetto della Signoria di Cristo sul suo popolo mediante la Parola di Dio.

4. Rapporto tra Chiesa e Stato

Esistono attualmente quattro diversi tipi di rapporto:

a. lo Stato confessionale, quando la nazione riconosce una chiesa o una religione come religione di Stato. A questa categoria appartengono molti paesi latino-americani, la Germania (Chiesa Luterana), e la Gran Bretagna (Chiesa Anglicana).
In questa forma di rapporto talvolta è lo Stato che nomina le autorità della Chiesa (riconosce i vescovi), altre volte è la chiesa che riconosce le autorità dello Stato, come capitava nell'Unione Sovietica e nei Paesi socialisti prima della caduta del muro di Berlino;

b. lo Stato laico che può essere considerato in due forme:

  • uno Stato completamente opposto alla religione, che non ne permette le manifestazioni, come il caso dell'Albania quando il governo totalitario ha completamente impedito qualsiasi forma di manifestazione religiosa;

  • uno Stato laico a-confessionale nel quale la Chiesa è riconosciuta come una manifestazione delle libertà individuali e associate e si fonda sul principio "Libera chiesa e libero Stato".


La forma italiana con lo Statuto del 1848 stabiliva che la religione cattolica era religione dello Stato e che alcune altre confessioni venivano "tollerate".
Quando il potere temporale della chiesa con l'unità d'Italia e Roma capitale (1870) fu annientato, si creò una situazione difficile fra lo Stato e la Chiesa cattolica.
Soltanto nel 1929 il governo fascista con il Concordato ecclesiastico stabilì, per mezzo dei Trattati Lateranensi, che il Papa diveniva capo dello Stato Città del Vaticano e, con legge speciale, le altre confessioni riconosciute dallo Stato erano chiamate "culti ammessi".
Di fatto era lo Stato a riconoscere le altre confessioni e senza questo riconoscimento erano impedite nella loro attività spirituale. Fu così che nel 1935 alle chiese pentecostali fu impedita l'attività e iniziò una decisa persecuzione che durò dieci anni.
Nel 1986, con la revisione del Concordato con la Chiesa cattolica l'Italia, da Stato confessionale vero e proprio, divenne uno Stato semi-confessionale. Secondo il testo approvato la Chiesa cattolica romana non è più definita religione dello Stato ma, con un bizantinismo, è chiamata "la religione della maggioranza degli italiani" e le altre confessioni sono riconosciute in base ad intese particolari ai sensi dell'articolo 8 della costituzione[37].
Nonostante che lo Stato Italiano abbia una forma "semi-confessionale", la Chiesa romana continua ad avere priorità e privilegi che la rendono ancora di fatto religione di Stato.
Altra sottigliezza bizantina è legata ai privilegi. Infatti il Parlamento nello stabilire dei privilegi alla Chiesa Romana, delibera che questi siano applicati anche alle diverse confessioni che hanno stipulato l'Intesa con lo Stato.
Per le chiese fedeli all'Evangelo questo tranello deve essere assolutamente evitato per non perdere quella libertà stabilita dalle Scritture.
La Chiesa di Gesù, pur lottando per ottenere i diritti di libertà, che sono insiti nella natura stessa dell'individuo, non può accettare privilegi dello Stato senza esserne coinvolta.
Quindi difende i propri diritti costituzionali nel riconoscimento che "tutti i cittadini sono uguali dinanzi alla legge".
La libertà religiosa, che è la madre di tutte le libertà, è stata conquistata nel nostro paese con grandi lotte giuridiche e non può essere mantenuta senza la vigilanza continua che le norme costituzionali siano applicate. Ma tutto questo è biblico?
Se è vero che i cristiani non sono coinvolti nè partecipano a moti popolari per ottenere l'attuazione di certi principi, è altrettanto vero che i cristiani li difendono legalmente.
Nel Nuovo Testamento e nell'esperienza della chiesa dell'era apostolica, questi principi di difesa dei diritti giuridici e costituzionali, sono provati dalla stessa esperienza dell'apostolo Paolo.
Ad esempio, nel caso degli incidenti di Filippi, dove: "...i pretori, strappate loro di dosso le vesti...dopo aver loro dato molte battiture, li cacciarono in prigione..." [38].
Paolo rivendica il diritto della propria cittadinanza romana che impediva le pene corporali prima della condanna, e il carcere prima della sentenza: "...dopo averci pubblicamente battuti senza essere stati condannati, noi che siam cittadini romani, ci hanno cacciato in prigione, e ora ci mandano via celatamente?..." [39].
Anche a Gerusalemme, quando i giudei cercavano di mettergli le mani addosso, il tribuno romano comandò che "Paolo fosse condotto nella fortezza e che venisse interrogato mediante tortura". Ma Paolo rivendicò la propria cittadinanza romana [40].
In pratica Paolo non chiese alcun privilegio ma l'attuazione di una legge applicabile, senza differenza, a tutti i cittadini.


[1]. Romani 13:4
[2]. Romani 13:3
[3]. E. Bosio, comm. Ep. S. Paolo ai Romani pag. 141
[4]. Matteo 8:8,9
[5]. Romani 13:5
[6]. Romani 13:7
[7]. da Brevi Cenni
[8]. Statuto e regolamento delle chiese A.D.I., pag. 9, Roma 1948
[9]. Ibidem, pag. 9, nota 11
[10]. Matteo 5:13
[11]. I Timoteo 3:7
[12]. cfr. Marco 16:15
[13]. II Timoteo 2:4
[14]. Ibidem, vers. TILC
[15]. Ibidem , vers. TLB
[16]. I Timoteo 2:2 vers. Nuova Riveduta 1994
[17]. Il grande dizionario Garzanti della lingua italiana, alla voce "obiezione", pag. 1261
[18]. Tratto dal "Giuramento di Ippocrate", uno dei maggiori medici dell'antichità, vissuto tra il V- IV secolo a. C. Fondò nell'isola natia Coo una scuola medica che tramandò i suoi insegnamenti in una collezione di oltre sessanta libri.
[19]. Melody Green, "Bambini...oggetti da buttare?"
[20]. Salmo 139:13, 15,16
[21]. Nel pensiero filosofico antico, l'eutanasia cioè morte bella, tranquilla, naturale ed accettata con spirito sereno, veniva intesa come il perfetto adempimento della vita. Nell'antica Grecia pagana l'eutanasia era definita eutanasia sociale e consisteva nell'abbandono dei malati incurabili per fini di utilità collettiva. Infatti, nel IV secolo a. C., Platone, nella sua Repubblica ideale scriveva: "...quanto a coloro che non son sani di corpo li si lascerà morire".
[22]. vd. Giobbe 33:4
[23]. vd. Galati 4:13,14; Filippesi 1:20,22
[24]. Giovanni 11:25,26
[25]. Romani 13:2
[26]. Matteo 19:28
[27]. Luca 22:25,26
[28]. Matteo 17:24,25
[29]. Romani 13:7
[30]. Marco 12:17
[31]. Luca 13:32
[32]. Marco 8:15
[33]. Giovanni 19:11
[34]. Matteo 5:25
[35]. Luca 22:24,27; Giovanni 6:15; 18:33,36
[36]. I Timoteo 3:1,7; Tito 1:7,9
[37]. "Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno il diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano.
I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze" (dalla Costituzione della Repubblica Italiana).
[38]. Atti 16:22,24; 36,39
[39]. Atti 16:37
[40]. Atti 22:25,29


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