Le Difficoltà
CAPITOLO TRE
LA SCRITTURA E GLI INTERESSI ECONOMICI
La società attuale, dopo la seconda guerra mondiale, fonda tutte le controversie su problemi di carattere economico. La tendenza sembra essere verso uno scontro fra le maggiori potenze industrializzate per il predominio economico del mondo e la guerra, e i conflitti in senso classico, sono ormai riservati a situazioni di carattere locale.
Il predominio delle nazioni industrializzate (G 7) è essenziale per la sopravvivenza degli abitanti del pianeta.
L'ordine economico è quasi certamente la più grande forza della società e il sistema economico lascia un segno sulle persone e sui prodotti.Per questa ragione i cristiani hanno una responsabilità, in quanto, il sistema economico deve, alla luce delle Sacre Scritture, produrre quanto necessita alla vita umana fondandosi sull'amore, sulla giustizia e sul servizio reciproci.
1. Il cristiano e la vita economica
E' quanto mai importante il rapporto tra i cristiani e la società su questo argomento. E' quindi necessario esaminare le attitudini bibliche e storiche del cristianesimo verso il sistema economico.
Occorre subito ricordare che ha grande rilevanza la dottrina della vocazione e del servizio invece che quella del guadagno e degli interessi personali.
Per quanto riguarda l'ordine economico e l'insegnamento biblico sulla proprietà e sulla ricchezza non possiamo, come fanno alcuni, considerare i profeti, Gesù o gli apostoli come degli esperti in economia i quali hanno stabilito una vera e propria metodologia economica.
Tuttavia, le Scritture stabiliscono dei principi etici in materia. Nell'Antico Testamento la proprietà è considerata unicamente appartenente a Dio: "All'Eterno appartiene la terra e tutto ciò che è in essa, il mondo e i suoi abitanti"
[1].
Di conseguenza Dio è il proprietario di tutto e ha dato tutto in gestione agli uomini per essere usato per le necessità della società
[2]. Quindi ciascuno ha il possesso e la gestione dei beni che sono proprietà di Dio ed è chiamato a rispettare il possesso degli altri.
Infatti il comandamento dice: "Non rubare...non desiderare cosa alcuna che sia del tuo prossimo"
[3].
Esiste di conseguenza il principio della protezione del possesso dato a ciascuno, in contrasto con i potenti della terra che desiderano allargare il proprio controllo
[4].
Questa concezione che l'individuo non è proprietario di nulla, ma l'unico proprietario è Dio, rivela un principio altamente spirituale, già stabilito fin dalla creazione
[5].
Dunque l'uomo è il custode dei beni di Dio.
Questo principio vetero-testamentario è riflesso anche nell'insegnamento di Gesù. E' stato già osservato che Gesù non era un economista ma, nel suo messaggio, esistono elementi basilari riguardo al possesso delle cose.
Il Signore riconosce infatti che la proprietà personale è legata soltanto al cibo ed ai vestiti
[6].
Ma questa proprietà (se così può esser definita) si consuma con l'uso. Quindi il concetto di proprietà in Gesù è unicamente legato al possesso
[7]. Gesù giudicò il furto e la frode [8] e attaccò i Farisei che praticavano l'estorsione
[9], collegando il ravvedimento con la restituzione del mal tolto
[10].
Quindi nell'insegnamento di Cristo è sottolineato l'aspetto amministrativo della ricchezza
[11].
Il diritto di possesso è, per Gesù, subordinato alle necessità quotidiane [12]. L'ansia per il danaro è giudicata da Cristo: "Non siate con ansietà solleciti per la vita vostra di quel che mangerete o di quel che berrete..."
[13].
Il testo precedente non spinge alla pigrizia, ma incoraggia la fede.
Purtroppo è stato interpretato come una forma di fatalismo, lasciando che Dio misteriosamente provveda senza che l'uomo collabori.
Ma se è vero che l'amore per le ricchezze spegne la fede e rende la vita spirituale inerte
[14], è altresì vero che il cristiano deve, come tutti gli altri uomini, prendere cura di se stesso e dei suoi impegni sociali collaborando con Dio.
Molto spesso nelle parabole, come quella dei talenti e delle mine si parla di lavoratori. Dio onora il lavoro onesto e fedele e non incoraggia nè la pigrizia nè il fatalismo.
Nella chiesa dell'era apostolica si manifestò inizialmente la comunione dei beni
[15].
Questa comunione dei beni, da non confondere col concetto comunista della società, fu un atto spontaneo d'amore fraterno, ma poco saggio e conseguenza di un errore umano escatologico.
Tanto è vero che, ritardando il ritorno del Signore secondo gli errati calcoli che i credenti avevano fatto, il fondo comune finì e dovettero tutti tornare alla vita e alle responsabilità civili; infatti, negli scritti apostolici, esistono principi di carattere economico.
Nelle epistole, è detto: "Chi rubava non rubi più, ma si affatichi piuttosto a lavorare onestamente con le proprie mani, affinchè abbia qualcosa da dare a chi è nel bisogno"
[16] ed ancora: "Se qualcuno non vuol lavorare neanche mangi" [17].
Paolo apostolo stesso lavorava con le proprie mani per non essere di peso alle chiese anche se aveva diritto di essere sostenuto
[18]; altrimenti viene meno il principio del lavorare.
Le epistole paoline evidenziano anche il pericolo dell'amore per il danaro [19], ma non fanno alcuna dichiarazione riguardo al mondo del commercio e dell'industria.
I cristiani ricchi debbono guardarsi dalla superbia e utilizzare la ricchezza come occasione di servizio
[20].
Infatti le attività economiche esulano dagli interessi e dalle preoccupazioni del cristiano ed hanno solo un carattere strumentale in quanto continua ad essere evidente l'aspetto escatologico del mondo
[21].
Tuttavia esistono dei principi etici per quel che riguarda la rettitudine e la giustizia dell'ordine economico e che sono principi guida per l'impegno ultramondano (cioè la santificazione come una costante della vita civile).
Tuttavia lo scopo principale dei cristiani è il regno di Dio che non consiste, come alcuni sostengono, in un ordine nuovo del mondo attuale, ma in una legge nuova che, prima di tutto è interiore nel cuore dei credenti e che poi si manifesterà al ritorno di Cristo sulla terra.
Infatti Gesù dichiarò a Pilato: "Il mio regno non è di questo mondo".
2. L'interesse cristiano per il mondo economico nella storia
Nella lunga storia del cristianesimo è stata spesso espressa un'attitudine radicale verso i problemi economici. Dopo il fallimento della comunione dei beni [22], conseguenza di un errato calcolo umano sul ritorno del Signore, con il monachesimo elementi radicali del cristianesimo interpretarono la comunione dei beni come un modello di vita apostolico da seguire.
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Il Monachesimo
Il monachesimo era considerato lo stato religioso di perfezione, approvato e disciplinato dalla Chiesa cattolica, e basato sulla pratica dei tre consigli evangelici: castità, povertà, obbedienza.
Possiamo parlare di monachesimo già ai tempi del profetismo ebraico, quando sorse la scuola dei profeti, con l'aspetto di vita comunitaria religiosa.
Verso il tempo di Gesù Cristo si rese famoso il monachesimo essenico, sorto dal giudaismo, con una tendenza spiccatamente ascetica.
Gli Esseni si appartavano dalla società, considerandola corrotta; e dal matrimonio, perchè disperavano ormai di questo mondo, o perchè diffidavano delle donne. Essi avevano orrore del lusso, odiavano la guerra; erano accesi nazionalisti.
Osservavano la povertà e l'obbedienza assoluta ai superiori che eleggevano. Un'organizzazione definitiva, ancor oggi vigente, al monachesimo orientale fu data da San Basilio Magno (sec. IV), con le sue due raccolte di Regulae. Il creatore del monachesimo occidentale è invece San Benedetto con la sua regola.
San Benedetto concepisce il monacato come una milizia, dominata da un impegno irrevocabile; crea i voti, e organizza la comunità monastica, intorno al suo abate. I voti impongono la stabilità della residenza, la rinuncia alla proprietà e al matrimonio, e l'obbedienza all'abate.
La preghiera deve accompagnarsi al lavoro dei campi, ai lavori di casa, all'artigianato: più tardi prevarrà il lavoro intellettuale e la copiatura dei manoscritti.
Sicuramente il monachesimo fu il fattore sociale e culturale più importante della civiltà medioevale, tanto da condizionare non solo la religione ma anche la vita quotidiana. Dall'ottavo all'undicesimo secolo vi fu il fiorire di vari ordini monastici, dai più semplici ai più complessi.
Da allora ripetutamente nella storia del cristianesimo fino ai giorni nostri, sono sorte frange radicali che hanno ritenuto questo modello.
Da una lettura obiettiva del Nuovo Testamento, però, ricaviamo che, dopo il fallimento della comunione dei beni, ognuno tornò alla sua attività per mantenere la propria famiglia.
Infatti già negli Atti Filippo possedeva una casa propria [23], e da tutta la narrativa dello stesso libro scopriamo che coloro che si convertivano continuavano la propria attività.
La stessa esperienza dell'apostolo Paolo che era fabbricatore di tende, o come definiremmo oggi la sua attività artigianale, tappezziere, prova questo principio
[24] e nelle epistole c'è un richiamo continuo all'attività lavorativa [25].
Tutti i gruppi minoritari e radicali, dissenzienti dal cristianesimo ufficiale, tranne quelli di tendenza mistica, svolgevano la propria attività secolare accettando l'idea della proprietà privata come un'amministrazione per conto di Dio per fare del bene a favore di coloro che ne avevano bisogno
[26].
L'aspetto filantropico è stato sempre nella comunità cristiana uno dei segni dell'amore di Dio e dell'amore fraterno: basti ricordare ad esempio, la generosa raccolta per i cristiani della Giudea colpiti dalla carestia
[27].
Notissimi sono tutti i riferimenti riguardanti l'avarizia che è "la radice di tutti i mali ed è idolatria", cioè amore per il denaro.
Un criterio equilibrato riguardo al concetto di proprietà è, come abbiamo visto, soltanto possesso temporaneo dei beni per l'uso quotidiano secondo le necessità.
La Scrittura condanna l'usura, la frode, il furto e sottolinea il principio del "prezzo giusto" negli affari che corrisponde ad una percentuale equa di guadagno limitata ai bisogni quotidiani dell'individuo.
Un altro principio evangelico è quello della restituzione dei beni impropriamente acquisiti (comprese le tasse non pagate)
[28]. Questo concetto di restituzione è legato a quei "frutti degni del ravvedimento"
[29].
I riformatori sostennero il diritto di proprietà fondato sul giusto uso di esso e addirittura stabilirono che per i prestiti non si poteva superare dal quattro al sei per cento annuo.
Calvino condannò il prestito di danaro come occupazione per scopo di profitto e ritenne che, richiedere un interesse al povero, fosse ingiusto, quindi al massimo l'interesse poteva essere richiesto al ricco e stabilì il cinque per cento annuo come massimo.
Con il sorgere della Rivoluzione Industriale del XIX secolo e le conseguenti teorie economiche, i principi biblici del possesso furono non solo ignorati, ma capovolti.
Il primo tentativo di risolvere il problema, col concetto di riforma sociale, spinse le chiese evangeliche a promuovere tutta una serie di iniziative sociali, obbligando i grandi industriali a interessarsi dell'istruzione delle masse operaie e della previdenza sociale, stabilendo anche un salario minimo ed una limitazione delle ore di lavoro e una protesta generalizzata contro il lavoro minorile.
3. Il cristiano e il lavoro
All'atto della creazione l'uomo riceve il mandato di riempire la terra e rendersela soggetta
[30] e questa azione di governo sottintende un'attività lavorativa. Più esplicitamente la Scrittura dichiara che ad Adamo posto nel giardino viene dato il compito di "lavorarlo e custodirlo"
[31].
Il lavoro dunque rientra nel piano originario di Dio per l'uomo.
L'ingresso del peccato nella storia umana getta la sua ombra nefasta anche sull'attività lavorativa dell'uomo: il suolo è "maledetto" produrrà "spine e triboli"; l'uomo ne trarrà il frutto con "affanno e sudore"
[32].
Il peccato altera l'armonia della creazione ma senza modificare gli indirizzi generali, per cui all'uomo scacciato dall'Eden viene riconfermato l'incarico di lavorare la terra
[33]. Nel decalogo Dio riserva il quarto comandamento per regolamentare l'attività lavorativa dei suoi figli.
Questo comandamento è non solo l'ordine del riposo del settimo giorno, ma anche l'ordine del lavoro, poichè il Signore dice: "lavora sei giorni e fà in essi ogni opera tua"
[34]. Il Nuovo Testamento insegna la necessità del lavoro: "V'esortiamo...di lavorare con le vostre mani..."
[35] e: "Chi rubava non rubi più, ma s'affatichi piuttosto a lavorare onestamente con le proprie mani"
[36].
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Perchè lavorare?
Sulla base di quanto detto prima, il lavoro sembrerebbe per il cristiano parte della condizione umana voluta da Dio ma sicuramente si può dare una risposta più articolata seguendo le indicazioni della Scrittura.
La "filosofia" del lavoro potrebbe essere così riassunta: "il lavoro del giusto serve alla vita"
[37].
a. Prima di tutto, serve alla vita nel suo significato biologico: infatti il lavoro onesto è il necessario strumento attraverso il quale il credente deve provvedere al sostentamento proprio e dei propri familiari.
b. Nella prospettiva cristiana il lavoro personale serve anche alla vita altrui, nel senso che bisogna essere sensibili ai bisogni del prossimo e di conseguenza far parte agli altri delle proprie risorse
[38].
c. Il destinare parte delle proprie risorse per i poveri rientra nel più generale discorso del dare per l'opera di Dio, che comprende appunto l'assistenza sociale, le contribuzioni per le strutture collegate all'opera di testimonianza cristiana, le offerte per le attività evangelistiche e tutto quanto concorre all'edificazione spirituale dei credenti.
d. Il lavoro serve anche alla vita psicologica, alla salute mentale dell'individuo perchè permette all'uomo una piena realizzazione delle sue capacità (fisiche, intellettive e creative).
e. Lavorare è anche obbedire a Dio che benedice il lavoro di chi lo teme. Nel periodo della Riforma Protestante gli evangelici furono particolarmente sensibili a queste verità bibliche. Questo fatto, ampiamente riconosciuto viene tuttora apprezzato per i suoi positivi risvolti sociali.
Bisogna però guardarsi dal limitare alla sfera lavorativa e sociale il proprio servizio a Dio, oppure dal rischio di attribuire ai successi e ai guadagni del proprio lavoro, la misura dell'approvazione divina e vedere così, nel povero o nel disoccupato, i segni di una punizione divina o di mancanza di fede.
f. Infine ricordiamo che "il lavoro serve alla vita" e non viceversa.
Non si deve trascurare la propria consacrazione, la propria salute e gli affetti familiari per sacrificare tutto sull'altare del lavoro, ricordando che il Signore mostra la sua provvidenza per i suoi figliuoli.
CONCLUSIONE
Nel Nuovo Testamento oltre all'osservanza del "grande comandamento" [39], vi sono precisi richiami al rispetto della persona umana ed ai rapporti sociali: "...la vostra fede...sia scevra da riguardi personali..."
[40].
L'apostolo Paolo affronta nelle sue epistole i doveri sia nell'ambito della famiglia sia nella società, a conferma che la vera fede in Cristo si manifesta con un impegno persistente di etica cristiana.
Possiamo riassumere così questi doveri:
a. Obblighi fiscali: "Rendete a tutti quel che dovete loro: il tributo a chi il tributo, la gabella a chi la gabella..."
[41].
b. Rispetto per le autorità: "Ricorda loro che siano soggetti ai magistrati e alle autorità, che siano ubbidienti, pronti a fare ogni opera buona"
[42].
Quindi il cristiano non è un anarchico ribelle, ma un buon cittadino che rispetta le autorità costituite.
c. Preghiera per le autorità : "Io esorto prima d'ogni altra cosa, che si facciano supplicazioni, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che sono in autorità, affinchè possiamo menare una vita tranquilla e quieta in ogni pietà e onestà"
[43].
d. Assistenza agli emarginati: l'impegno cristiano è volto anche all'assistenza agli emarginati, ai derelitti ed ai poveri.
e. Obblighi sociali:
- Rapporto tra datore di lavoro ed operaio: "Padroni, date ai vostri servi ciò che è giusto..."
[44].
"Servi ubbidite in ogni cosa ai vostri padroni...servendoli ...con semplicità di cuore, temendo il Signore"
[45].
- Rapporto tra coniugi: "Mariti amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la chiesa..."
[46]. "Mogli, siate soggetti ai vostri mariti, affinchè, se anche ve ne sono che non ubbidiscono alla Parola, siano guadagnati senza parola dalla condotta delle loro mogli, quando avranno considerato la vostra condotta casta e rispettosa"
[47].
- Rapporto tra genitori e figli: "Voi padri, non provocate ad ira i vostri figli, ma allevateli in disciplina ed ammonizione del Signore"
[48].
"Figliuoli, ubbidite nel Signore ai vostri genitori..." [49].
Assolvere agli impegni sociali è per il credente, nato di nuovo, un compito che attua praticamente i principi dell'Evangelo e non militanza politica nel senso comune del termine.
Riconoscendo che la vocazione del cristiano può essere un mezzo di penetrazione nella società in cui il credente vive, sarà cura di ognuno dimostrare quale sia la norma di vita dei credenti per glorificare Dio in ogni attività nella quale è chiamato a compiere il proprio dovere nel mondo.
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[1] Salmo 24:1
[2] Levitico 19:9 e sgg.; Giobbe 31:16,33; Isaia 58:7,8
[3] Esodo 20:15,17
[4] Isaia 5:8; Geremia 22:13; Amos 5:11,12
[5] Genesi 2:15
[6] Matteo 6:32
[7] Luca 12:13,21
[8] Marco 7:21
[9] Matteo 23:25
[10] Luca 19:8,9
[11] Matteo 20:1,16; Luca 19:11,27
[12] Matteo 6:34
[13] Matteo 6:25,31
[14] Matteo 13:22
[15] Atti 2:44,45; 4:32
[16] Efesi 4:28
[17] II Tessalonicesi 3:10
[18] I Tessalonicesi 2:9; I Corinzi 9:9,12
[19] I Timoteo 6:9,10
[20] I Timoteo 6:17,19; Romani 12:8, 13
[21] I Corinzi 7:31; 11:32
[22] Atti 2:44
[23] Atti 21:8
[24] Atti 18:3
[25] I Corinzi 4:12; I Tessalonicesi 2:9; 4:11; II Tessalonicesi 3:8, 10, 12
[26] I Timoteo 6:17,18
[27] Romani 15:26; I Corinzi 16:1; II Corinzi 8:4,6; 9:1,2
[28] Luca 19:8
[29] Matteo 3:8
[30] Genesi 1:28
[31] Genesi 2:15
[32] Genesi 3:17,18
[33] Genesi 3:23
[34] Esodo 20:9
[35] I Tessalonicesi 4:10,11
[36] Efesini 4:28
[37] Proverbi 10:16
[38] Atti 20:34,35
[39] Matteo 22:37,39
[40] Giacomo 2:1
[41] Romani 13:7
[42] Tito 3:1
[43] I Timoteo 2:1,2
[44] Colossesi 4:1
[45] Colossesi 3:22
[46] Efesi 5:25
[47] I Pietro 3:1,2
[48] Efesi 6:4
[49] Ibidem
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