Cristiani Evangelici di Fede Pentecostale

Dottrina

Ministerio al femminile*?

“Le Scritture sono l’autorità assoluta ed inappellabile in ogni campo della vita del credente e non soltanto un testo d’elevazione spirituale, la sottomissione ad esse deve essere reale e non può essere condizionata dalle convenzioni sociali, che di volta in volta determinano usi e costumi”.
Il movimento di emancipazione della donna ha posto interrogativi riguardanti il ruolo delle donne nell’ambito delle comunità cristiane, soprattutto rispetto alla legittimità d’esercitare il ministerio della Parola e, di conseguenza, assumere anche responsabilità di governo ecclesiastico.
In alcuni ambiti evangelici, dopo un impegnativo dibattito, non di rado acceso, il ministerio femminile è stato accettato, ma non senza comportare strappi e lacerazioni. Proveremo ad offrire ai nostri lettori un’esposizione biblica e schematica del tema.

L’occasione della discussione

Ancor prima di entrare nel merito, è bene interrogarsi sul motivo che spinge ad aprire una discussione sull’argomento, che a noi sembra essere d’ordine storico e non biblico, in altri termini sono i mutamenti sociali e culturali che inducono fenomeni analoghi nell’ambito del popolo di Dio. Ben altra è la via della Grazia, la riscoperta della Parola di Dio determina l’adeguamento da parte dei credenti ai suoi dettami. Questo è il tratto comune ad una buona fetta delle questioni dottrinali contemporanee. Si propongono argomenti e si muovono critiche sulla base di pressioni “esterne” alla Chiesa.
A tale sollecitazione non ci si sottrae, ma questo non vuol dire supina ed acritica accettazione, bensì fedele approfondimento biblico. Nessuno si faccia illusioni, non è camuffandosi ad immagine della cultura dominante, che si otterrà ascolto presso il mondo, questa è una convinzione che nasconde un errore, si è persuasi che il non credente sia colpito dalla comunità cristiana invece che dal messaggio dell’Evangelo, il quale opera la rigenerazione.
Le Scritture sono l’autorità assoluta ed inappellabile in ogni campo della vita del credente e non soltanto un testo d’elevazione spirituale, la sottomissione ad esse deve essere reale e non può essere condizionata dalle convenzioni sociali, che di volta in volta determinano usi e costumi.

Il vero punto della questione

Il punto della questione non riguarda l’inferiorità della donna rispetto all’uomo, in virtù della quale non sarebbe in grado di assumere determinati ruoli nell’ambito della comunità cristiana.
È fuori discussione che, al cospetto di Dio, uomini e donne siano uguali: “Poiché voi tutti che siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c'è qui né Giudeo né Greco; non c'è né schiavo né libero; non c'è né maschio né femmina; poiché voi tutti siete uno in Cristo Gesù. E se siete di Cristo, siete dunque progenie d'Abramo; eredi, secondo la promessa” (Galati 3:27-29).
La discussione non riguarda neppure la libertà della donna di evangelizzare, ricevere i doni dello Spirito Santo, svolgere l’assistenza spirituale e materiale a favore di altri credenti, edificare la comunità durante le riunioni di culto per mezzo di preghiere ed ammaestramenti. È fuor di dubbio che tutto questo sia dichiaratamente biblico (cfr. Atti 9:36; 21:8-9; Romani 16:3-4; Filippesi 4:2,3).
L’oggetto del contendere riguarda la legittimità della donna di esercitare il ministerio della Parola ed il conseguente governo della chiesa. A tal proposito non esiste alcun conforto scritturale.

L’esposizione dell’insegnamento biblico

Gesù ha lasciato apostoli uomini e non ha incaricato donne (cfr. Matteo 20:15-20), le quali comunque ricoprivano un ruolo importante nei Vangeli, legato non soltanto all’assistenza di Gesù ma anche alla testimonianza della Sua resurrezione.
Allo stesso modo, gli apostoli non hanno incaricato donne come “anziani” o “pastori” di chiese (cfr. Atti 20:17-38).
L’apostolo parla del ministerio della Parola al maschile: non a caso nella descrizione delle caratteristiche del vescovo, egli aggiunge alle altre quella d’esser “…marito di una sola moglie” (I Timoteo 3:2).
Il Nuovo Testamento segue le linee guida rivelate nei Vangeli, in esso si ritrovano delle donne fedeli, impegnate nell’assistenza (cfr. Romani 16:1-2) e nella testimonianza dell’Evangelo (cfr. Filippesi 4:2-3), al punto da rischiare la vita per esso (cfr. Romani 16:3-4), affiancate a pieno titolo, in quest’opera entusiasmante, a mariti ed apostoli. Non esistono citazioni che riguardano l’assunzione di determinate responsabilità.
Al Concilio di Gerusalemme, i presenti erano tutti uomini: “Allora gli apostoli e gli anziani si raunarono per esaminar la questione” (Atti 15:6).
A Mileto, gli anziani efesini fatti venire da Paolo erano uomini: “E da Mileto mandò a Efeso a far chiamare gli anziani della chiesa” (Atti 20:17).
Dinanzi a tale evidenza, il ricorso a due nomi di collaboratori di Paolo contenuti nel capitolo sedici di Romani, che secondo alcuni dovrebbero essere al femminile, francamente non cambia di molto le cose. Il rispetto e la libertà che le donne devono godere nell’ambito delle comunità cristiane devono essere pari a quelli che godono gli uomini. La sottomissione all’autorità delle Scritture impone in alcuni casi differenze di ruoli, che non annullano però l’unità di spirito e di servizio: “Ora, fratelli, io v'esorto, per il nome del nostro Signor Gesù Cristo, ad aver tutti un medesimo parlare, e a non aver divisioni fra voi, ma a stare perfettamente uniti in una medesima mente e in un medesimo sentire” (I Corinzi 1:10); “Se poi ad alcuno piace d'esser contenzioso, noi non abbiamo tale usanza; e neppur le chiese di Dio” (I Corinzi 11:16)

Salvatore Cusumano

IL DIACONATO FEMMINILE

Il greco diàkonos è traducibile con “colui che serve” o, in senso ancor più letterale, “colui che esegue i comandi di un altro”, ma non come uno schiavo, bensì conservando dignità.
Nel Nuovo Testamento questo termine è usato molte volte e in un caso è espressamente riferito ad una donna: “…Febe, nostra sorella, che è diaconessa della chiesa di Cencrea” (Romani 16:1).
Il diaconato femminile sembra essere stata un’istituzione tutta cristiana, giacché non si trovano corrispondenti né nel giudaismo né nelle religioni pagane.
I compiti della diaconessa, al pari di quelli dei diaconi, riguardavano una notevole sfera di attività, caritative e spirituali: assistenza ai poveri, ai malati, ai prigionieri, agli stranieri, agli orfani, alle vedove o semplicemente alle donne, soprattutto se con mariti non convertiti, ma anche impegni di carattere più spiccatamente spirituale, dalla preghiera, all’evangelizzazione, alla missione.
Una lettera inviata all’imperatore Traiano da Plinio (62 ca. - 112 d.C. ca.), governatore della Bitinia, rivela che nelle comunità cristiane dell’Asia Minore vi erano diaconesse appartenenti sia alla classe delle schiave sia a quella delle donne libere.
Le numerose conversioni femminili riportate nel libro degli Atti attestano che il ruolo della donna nelle comunità è stato subito attivo, a cominciare da Gerusalemme e dalle chiese della Giudea, e questo nonostante la ristretta mentalità giudaica.
Il primo caso che s’incontra è quello di Tabita, discepola (in greco mathètria, da un verbo che significa “imparare”, “ascoltare”) risuscitata da Pietro a Ioppe, che “…faceva molte opere buone ed elemosine” (Atti 9:36).
Sempre sfogliando le pagine degli Atti degli Apostoli, ci s’imbatte in Maria, la madre di Giovanni soprannominato Marco, presso il quale Pietro si recò appena liberato dalla prigione, perché in casa sua, verosimilmente un’abitazione con una certa disponibilità di spazi, “…molti fratelli erano riuniti in preghiera” (Atti 12:10).
In particolare, sono i viaggi dell’apostolo Paolo ad essere segnati, di città in città, da vicende in cui hanno rilievo molte donne.
A Filippi, Paolo e i suoi compagni visitarono in giorno di Sabato il luogo di preghiera degli Ebrei e vi trovarono solo donne, una di loro, Lidia, aprì il cuore. Originaria della città di Tiatiri, in Asia Minore, questa donna, che era una commerciante di porpora, articolo di lusso dell’epoca, appare capace di esercitare molta influenza sulla sua casa, nonché di sapersi disporre all’ospitalità e all’evangelizzazione (cfr. Atti 16:13-15).
A Corinto, l’apostolo incontrò un ebreo di nome Aquila, da poco arrivato dall’Italia con la moglie Priscilla, perché l’imperatore Claudio aveva ordinato a tutti gli Ebrei di lasciare la città. Paolo, che esercitava il loro stesso mestiere - fabbricante di tende - andò ad abitare e a lavorare con loro (cfr. Atti 18:2-3).
In seguito, questa coppia di agiati artigiani partì per Efeso, dove trovò Apollo, ebreo di Alessandria che annunciava le cose relative a Gesù ma conosceva solo il battesimo di Giovanni, e decise di prenderlo con loro per esporgli “…con più esattezza la via di Dio” (Atti 18:26).
Nella loro casa si riunivano i fratelli e lo stesso accadrà più tardi a Roma. Nel capitolo conclusivo dell’Epistola ai Romani, Paolo pone moglie e marito su un piano di assoluta parità, quando dice: “Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù…” (Romani 16:3).
La lunga lista di raccomandazioni e di saluti contenuta nel capitolo 16 dell’Epistola ai Romani annovera, su una trentina di persone menzionate, un certo numero di donne e di alcune di loro permette d’intravedere anche l’attività. In primo luogo Paolo raccomanda Febe, la diaconessa proveniente da Cencrea, uno dei due porti di Corinto.
Non è detto niente di preciso sul suo servizio, ma l’elogio che ne fa Paolo, definendola in greco “prostàtis”, ossia fornitrice di protezione materiale e spirituale, basta per intuire quale doveva essere il suo ruolo diaconale. Compaiono poi il nome di Maria e, più avanti, di Trifena, Trifosa e Perside, quattro donne lodate perché si affaticavano nel Signore (cfr. Romani 16:6,12).
Nell’Epistola ai Filippesi, Paolo deve esortare alla riconciliazione due cristiane, Evodìa e Sintìche, definite “…donne, che hanno lottato per il vangelo…” (Filippesi 4:3).
Dai vari appellativi usati per qualificare queste cristiane, si evince che molte di loro avevano un ruolo attivo nell’opera di Dio.
Tertulliano, scrittore cristiano vissuto tra il II e il III secolo, fornisce una testimonianza che, sebbene tardiva rispetto all’epoca apostolica e riferita ad una credente con il marito non convertito, aiuta a capire quali fossero i compiti di una cristiana impegnata nell’opera di Dio: "Chi permetterebbe a sua moglie di andare in giro per i quartieri a casa d’altri e in tutti i tuguri più miseri, per visitare i fratelli? Chi tollererà volentieri che gli sia tolta dal fianco per riunioni notturne, quando è il caso? […] Qualora si presenti alla porta un fratello in viaggio, che ospitalità potrà ricevere in una casa straniera? Se ci sarà bisogno di fare la carità a qualcuno, il magazzino, la dispensa sono chiusi".
Nell’era apostolica le donne svolgevano dunque una funzione vitale nella Chiesa, tuttavia vivevano un sano equilibrio tra le aspirazioni familiari e le aspirazioni di fede.
Pur rimanendo all’interno del ruolo assegnatole da Dio - non è mai detto che avesse accesso al “ministerio della Parola” o al governo della comunità - la donna cristiana faceva cose la cui importanza si estendeva ben al di fuori della cerchia familiare.

E.M.

*CRISTIANI OGGI 1-15 NOVEMBRE 2006


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