Cristiani Evangelici di Fede Pentecostale

La Famiglia

FAMIGLIA: PERICOLI E RIMEDI*
Daniele 1:1-9

Molte sono le definizioni date per descrivere la famiglia cristiana. Il dizionario della lingua italiana la definisce come: "Il nucleo fondamentale della società umana costituito da genitori e figli". Alcuni studiosi di fede cristiana hanno affermato che la famiglia è "il centro di formazione per le relazioni umane", oppure che essa è "una fortezza per la protezione dell'amore e della crescita cristiana". Lo scopo delle considerazioni che seguono è quello di individuare alcuni pericoli che minacciano oggi la famiglia cristiana perché possiamo stare in guardia e difendere la prima fortezza, il primo baluardo contro la corruzione e il peccato dilagante. Nel brano del primo capitolo del libro del profeta Daniele vi sono alcuni pericoli che siamo chiamati a sventare con:

1. L'insegnamento (v. 5)

I giovani ebrei dovevano mangiare dei cibi assegnati loro da Nebucadnetsar. L'in tenzione era quella di costringerli a consumare alimenti contaminati. Tra i popoli orientali era infatti costume gettare delle vivande a terra davanti alla statua dell'idolo per significare che il banchetto gli veniva dedicato. Inoltre, il termine "vivande" può essere tradotto con "cibo regio" o "leccornie del re" proprio per indicare quanto quegli alimenti fossero elaborati e quindi potevano contenere delle sostanze proibite dalla legge mosaica, come per esempio il sangue, il grasso o parti di animali impuri. Quello che si stava imponendo ai fratelli ebrei, quindi, non doveva essere soltanto un cambiamento intellettuale, ma anche etico, dei gusti e delle abitudini.
Come genitori siamo chiamati a preoccuparci di procurare ai nostri figli del cibo sano, dal punto di vista morale e spirituale, così come facciamo per il nutrimento del loro fisico. Quanti alimenti nocivi e avariati di cui continuano a nutrirsi cuori teneri e menti ancora pure!
La preoccupazione deve essere ancora maggiore se consideriamo che in quest'ultimo caso è in gioco la salute fisica, nel primo quella spirituale ed eterna. Sarà efficace quell'insegnamento impartito facendo attenzione alla fonte (Deuteronomio 6:6, 7/a; II Timoteo. 3:15-17). Infatti, non v'è fonte più sicura della Parola di Dio per una buona educazione dei figli.
La Scrittura è innanzitutto "potenza di Dio per la salvezza di ognuno che crede", ma anche il supremo, unico manuale per impartire una sana educazione ai figli. Quanti buoni principi contiene! Per esempio, basterebbe osservare il principio descritto da Paolo quando afferma di essere contento nello stato in cui si trovava (cioè a Roma prigioniero e in una condizione di dipendenza da credenti generosi che lo aiutavano: cfr. Filippesi 4:11) per vedere giovani meno annoiati, insoddisfatti, dediti al turpiloquio, alla sopraffazione, alla violenza e magari anche alla droga, perché sono ormai provvisti di ogni bene e hanno provato tutto ciò che la vita può offrire. Quanto maggior rispetto e senso di responsabilità vi sarebbe nella convivenza civile se i futuri cittadini fossero fin da piccoli abituati a rispettare le regole e l'autorità nella persona dei propri genitori, che la Scrittura invita ad onorare!
Insegnare inoltre vuol dire "imprimere un segno nella mente" e quale strumento più efficace se non la Parola di Dio! Essa è lo stilo che lascia un segno indelebile (cfr. Proverbi 22:6), ma che non fa male, anzi preserva, incide e guarisce, è al tempo stesso bisturi e sutura, perché è una spada a due tagli.
La forza dell'insegnamento (cfr. Deuteronomio 6:8, 9; Proverbi 20:7) sta nella pratica individuale, vale a dire nella coerenza.
I nostri figli sono bombardati quotidianamente da parole, frasi, atteggiamenti che debbono essere contrastati perché danneggiano la loro mente e il loro cuore. Come lo si può fare se non ponendo dinanzi a loro l'esempio pratico dell'autocontrollo, della rettitudine, della buona condotta dei genitori? Quando diranno che l'amichetto di scuola lo dice e lo fa, potremo rispondere chiedendo loro: "Papà e mamma lo dicono o lo fanno?". Qualcuno ha affermato che "una goccia d'esempio vale più di litri di parole".
È interessante notare che l'espressione "senza difetti fisici" (Daniele 1:5), lett. "senza macchia", si riferisce non soltanto all'aspetto fisico, ma anche a quello morale. Attenzione a tutto ciò di cui i nostri figli possono nutrire la loro mente e l'anima loro. Siamo chiamati ad esercitare una "vigilanza intelligente", né una bigotta forma di "santità ipocrita", né tanto meno un ottuso "terrorismo psicologico".

2. L'autorità (vv. 6, 7)

Per raggiungere inoltre il fine di questo processo a danno dei giovani giudei, il re modificò anche la loro "carta d'identità", cambiò il loro nome. ?

  • A Daniele, il cui nome significa "Dio è il mio giudice", fu dato il nome di Beltsatsar, cioè "principe di Bel" (Bel era il dio più importante tra gli dei babilonesi); ?

  • Hanania, che vuol dire "favorito da Dio", fu chiamato Shadrac, che interpretato significa "illuminato dal dio sole" (questo nome viene dalla radice "Rak", che astrologicamente indica "il sole"); ?

  • Mishael, cioè "chi è come Dio?", fu chiamato "Meshac", il cui significato è "chi è come Shak", la dea dell'amore e della terra; ?

  • Ad Azaria, il cui significato è "colui che Dio aiuta", fu imposto il nome di Abednego, che vuol dire "servitore (Abed) del fuoco fiammeggiante" (Nego); Nego è la deformazione di Nebo, il dio del fuoco.

Il cambiamento del nome significava mutamento di identità. Nell'antichità chi imponeva a qualcuno un altro nome voleva indicare il dominio che esercitava su quella persona. Se non siamo noi genitori, a cui è demandato, ad esercitare una sana ed equilibrata autorità sui nostri figli, pian piano verranno dominati da altri (coetanei, amici, modelli dominanti, divi della musica e del calcio, del cinema e dello sport, ecc.).
Non è prepotenza né dispotismo nei confronti dei figli, perché l'autorità viene da Dio. L'autoritarismo è invece frutto dell'asprezza, della durezza, è crudele e quindi dannoso. È segno di paura e di immaturità. I genitori non debbono appropriarsi dell'autorità nella famiglia, non debbono conquistarla, non debbono usurparla, debbono soltanto esercitarla perché l'hanno ricevuta per il semplice fatto di essere genitori. L'autoritario, il despota non ama nessuno, ama soltanto se stesso e si sente importunato nella sua pigrizia dal fatto che deve assumersi anche l'incomodo dovere di educare i figli. Perciò la Bibbia non raccomanda l'autoritarismo (cfr. Efesini 6:4; Colossesi 3:21), ma nemmeno approva chi fugge dinanzi alla responsabilità di un salutare esercizio dell'autorità nella famiglia (cfr. I Re 1:6). Le conseguenze di un tale atteggiamento possono essere tragiche. Infatti, finanche uomini timorati di Dio e che servirono il Signore con fedeltà e furono usati da Dio potentemente, fallirono proprio nell'esercizio dell'autorità nella famiglia (cfr. I Samuele 2:12, 29; 8:1-3): le scellerataggini dei figli di Eli e di Samuele furono la causa della scelta di Samuele come giudice al posto dei figli del primo e di Saul come re al posto dei figli del secondo!
L'esercizio dell'autorità deve essere sempre accompagnato da convinzione profonda rispetto a ciò che si crede e quindi a ciò che si insegna (cfr. II Timoteo 1:7; I Pietro 3:15). Molto spesso la mancanza di precise convinzioni bibliche indebolisce l'autorità e disorienta i figli perché questi ultimi non hanno più un quadro chiaro cui riferirsi. I credenti non sono infatti sballottati qua e là da ogni possibile vento che soffia e nemmeno sono instabili nelle loro vie (cfr. Efesini 4:14; Giacomo 1:6)!

3. La disciplina (vv. 8, 9)

Nonostante il tentativo di Nebucadnetsar di cambiare l'identità dei giovani Giudei, Daniele prese "la risoluzione… di non contaminarsi con le vivande del re e col vino che il re beveva", nonostante fossero seducenti, infatti erano le vivande "del re" e il vino era quello che "il re beveva". Inoltre, dalla storia descritta si evince chiaramente che la sua decisione fu seguita anche dai suoi amici. È importante notare le testuali parole "prese in cuor suo", poiché esprimono una verità molto importante: la consacrazione non è l'insieme di atti esteriori, altrimenti sarebbe puro e semplice formalismo, ma, con un senso più profondo, è qualcosa che nasce dall'interiore, poi si sviluppa sempre più man mano che l'uomo si avvicina a Dio ed si manifesta con comportamenti esteriori. Per adottare una decisione così risoluta, nonostante le prospettive di carriera e di successo nell'ambito della corte babilonese, Daniele doveva possedere un carattere forte, nonostante fosse ancora un adolescente, capace di stimolare anche i suoi amici.
Tutto questo fu senz'altro frutto di una corretta disciplina, impartita appunto con autorità nell'ambito della sua famiglia di provenienza. La disciplina non è da identificare miseramente e direttamente con la punizione. Il termine deriva infatti dal latino discere, che vuol dire insegnare, istruire. Un dizionario della lingua italiana fornisce la seguente definizione del termine disciplina: "Educazione che corregge, modella, rinforza, istruisce, perfeziona e guida".
Il presupposto dell'esercizio della disciplina è l'amore (cfr. Ebrei 12:6; I Giovanni 4:7- 9), ma quello che viene da Dio. Non si parla di quel tenero affetto che il genitore mostra al proprio figlio, che deve pur sempre essere manifestato; non è frutto di impulsi emotivi, né di inclinazioni naturali, né tanto meno compiace mai a se stesso. Si tratta di un'attitudine che cerca il bene degli altri, ma il bene supremo, quello morale e spirituale, quindi consiste in un profondo interesse nel perseguire la salute, innanzi tutto quella spirituale e morale, dei nostri figli. Quanto legittimo impegno nel promuovere la loro istruzione, il loro futuro, la loro sistemazione terrena … mettiamoci altrettanto se non maggiore amore per procurare loro il bene eterno!
Una nota sul termine "verga" è assolutamente necessaria (cfr. Proverbi 13:24). Nell'Antico Testamento viene usato in senso letterale per indicare la verga del pastore (cfr. Salmo 23:4), ma spesso in senso figurato per esprimere autorità (cfr. Isaia 9:3), che appare chiaramente nella traduzione di Ezechiele 4, versetto 16, dove "sostegno del pane" è letteralmente "verga del pane": il senso figurato è evidente. Nel libro dei Proverbi (cfr. 22:15), l'espressione "verga della correzione" può essere quindi tradotta con "autorità della correzione". Anche volendo interpretare letteralmente, il termine verga si riferisce comunque alla "bacchetta" lunga e sottile del pastore, per lo più flessibile, che serviva soltanto a richiamare le pecore perché non si allontanassero su un sentiero solitario e scosceso, ma non a bastonarle e ferirle, tanto è vero che nel Salmo 23 è scritto: "Il tuo bastone e la tua verga son quelli che mi consolano".
Per molti versi i primi otto anni della vita sono essenziali. Se aspettiamo che il carattere dei nostri figli sia ormai formato, alla fine non vi sarà più alcuna speranza di liberarlo dai difetti e di migliorarlo. Dall'argilla è possibile trarre un vaso quando è ancora umida non quando è ormai essiccata. Inoltre intervenire tempestivamente renderà equilibrata la correzione.
C'è differenza tra pazienza e tolleranza. La pazienza consiste nel correggere con costanza e senza mai arrendersi, senza cedere ad emozioni violente, quali l'ira, per esempio, e il risentimento. La tolleranza consiste nel rinviare sempre la correzione al punto da perdere la disposizione e l'autorità nell'impartirla.

4. La comunione (v. 6)

Daniele fu deportato insieme a tre altri adolescenti giudei. Secondo un famoso storico ebreo erano tutti e quattro cugini del re Sedekia, ultimo re di Giuda. È di fondamentale importanza non essere soli nella famiglia, ma sapere che accanto abbiamo qualcuno che è sostegno, aiuto e guida. Quanto più questo deve essere vero nel rapporto genitori-figli, dove il padre e la madre cristiani svolgono la loro missione nella famiglia con senso di responsabilità. Oggi gli esseri umani vivono nella solitudine. La famiglia cristiana deve essere il luogo dove invece si cura il dialogo. La comunione all'interno della famiglia è fatta di dialogo, di conversazione non di monologhi. I figli dei credenti non sono "orfani di genitori vivi", cioè di padri e madri presenti ma assenti, vale a dire fisicamente presenti ma disinteressati.
Oggi non abbiamo tempo per ascoltare i nostri figli (cfr. Giacomo 1:19). Invece è la salute stessa di un rapporto proficuo che possiamo avere con loro. Siamo tenuti a fare i genitori e non gli amici, ma è anche vero che dobbiamo essere per loro un rifugio, una fortezza, un riparo nel giorno dell'avversità; essi debbono sapere che i loro genitori sono dotati di due braccia, una per correggere, ma l'altra per accogliere. Quante volte si confidano con altri perché non trovano in famiglia genitori disponibili; siamo troppo indaffarati con i nostri problemi e con i loro impegni, magari a guadagnare più del necessario per vivere. Il ruolo del genitore non si limita al sostentamento economico della famiglia! Il padre con i maschi e la madre con le femminucce, dovremmo ascoltarli senza manifestare alcuna sorpresa quando magari esprimono le loro idee, che con pazienza vanno corrette alla luce di una convinzione biblica e sana.

5. La fede (v. 2)

Nell'antichità c'era una strettissima identificazione tra un popolo e il proprio "dio". Se un popolo vinceva, aveva vinto anche il dio della nazione. Avendo conquistato Gerusalemme, il popolo babilonese pensava che il proprio dio fosse più forte del Dio di Giuda.
Con Daniele il Signore voleva dimostrare che la sconfitta del Suo popolo non era stata causata dalla Sua debolezza, ma dal peccato della nazione. Il Signore aveva permesso la cattività per motivi disciplinari.
Dio perciò continuava ad essere il Signore, il Sovrano del Suo popolo e a prendersene cura. Sembra quasi che l'atto di trasportare i vasi sacri nella casa del dio babilonese volesse sancire la sconfitta del Signore. Un particolare, però, non deve sfuggirci nei due versetti di questo capitolo: "Il Signore gli diede nelle mani …" (v. 2). Non fu perciò la potenza dell'esercito caldeo che permise a quest'ultimo di riportare la vittoria sul popolo di Dio; altre volte Israele aveva affrontato nemici forti quanto i Babilonesi e il Signore lo aveva liberato meravigliosamente. Daniele i suoi amici quindi sapevano che Dio è il Sovrano e lo avevano imparato fin da bambini; ora non erano che adolescenti, forse avevano dai 12 ai 16 anni.
Non basta condividere la stessa religione, la stessa "comunità", le stesse idee, la famiglia è un luogo dove bisogna studiarsi di condurre le anime ai piedi di Cristo perché si convertano. Ringraziamo Dio perché i nostri figli hanno una buona educazione, non fanno le cose che gli altri adolescenti o giovani fanno, ma non si va in cielo per buona educazione, bensì per "nuova nascita"; se si è nati si è figli: quale ufficiale d'anagrafe iscriverebbe nello stato di famiglia un bambino che i genitori "hanno intenzione" di mettere al mondo? Lo farà soltanto all'atto della nascita! Oggi il pericolo più grande per i nostri figli è quello stesso che correvano Daniele e i suoi amici: in un mondo in cui non si riconoscono, rischiano di non sapere che Dio è sempre il Sovrano.
Continuiamo a ricordarlo loro con una vita differente, vissuta nel timore di Dio. Conclusione. "E Dio fece trovare a Daniele grazia … " (Daniele 1:10). La nostra speranza, l'obiettivo di ogni sforzo e di ogni impegno è che tanti ragazzi, adolescenti e giovani come Daniele, insomma i nostri figli, "trovino grazia" presso il Signore!

* di Eliseo Cardarelli - Cristiani Oggi 16-31 Dicembre 2003


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