La Famiglia
IL FONDAMENTO DELLA FAMIGLIA
INTRODUZIONE
Nel contesto della dilagante corruzione, della diffusa tendenza ad abolire le istituzioni e a causa forse anche dei movimenti femministi, la famiglia nella società odierna viene messa in discussione.
Ecco perché, la famiglia è come un laboratorio dove il cristianesimo è messo quotidianamente alla prova. La famiglia rappresenta uno dei validi sostegni della chiesa e potrebbe diventare ancora più forte, se tutti i cristiani decidessero di fondare la propria famiglia sui principi dell’insegnamento di Cristo.
E’ interessante constatare come il compito più importante del mondo – l’educazione dei figli – sia stato affidato a due persone che si amano, ma è anche sorprendente notare che queste persone sono inesperte e senza una particolare preparazione.
Naturalmente, occorre considerare che quello dei genitori non è un “mestiere” ma un “ministerio”. Il mestiere si deve imparare, il “ministerio” è un “dono di Dio” (A domanda risponde - F. Toppi)
E’ impossibile edificare la Chiesa, senza rafforzare la vita familiare. La famiglia appartiene a Dio; Egli l’ha creata; Egli ne ha deciso l’intima struttura; Egli ne ha stabilito lo scopo e la finalità. Perciò, non è nostro il matrimonio, ma il Suo; non è la nostra casa, ma la Sua; non i nostri figli, ma i Suoi; non la nostra famiglia, ma la Sua!
Una famiglia cristiana è una famiglia che vive in compagnia con Gesù, il Quale non deve essere l’ospite, ma deve essere di casa.
Quando stabiliamo l’ordine divino nella nostra famiglia, si crea un’atmosfera in cui Egli si sente a suo agio; allora lo Spirito Santo può portare avanti la Sua opera di istruirci e di guidarci nel genere di vita famigliare per il quale Dio ci ha creati.
I credenti basano le loro convinzioni e la loro fede non nelle tradizioni o diverse culture, che cambiano nel tempo, ma nella Parola di Dio. (Salmo 119:105)
LA FAMIGLIA CRISTIANA
Dio è il fondatore
Si noti che nelle varie fasi dei giorni della creazione Dio disse che era “tutto buono” (Genesi 1:10,12,18). Ma:
- Dopo aver deciso e realizzato la creazione dell’uomo (maschio e femmina);
- Dopo aver detto di crescere e moltiplicare;
- Dopo aver dato loro il dominio sul creato e aver loro stabilito il cibo…
Il parere di Dio stesso sul creato è che esso era “molto buono” (Genesi 1:31)
Il superlativo, dunque, della bontà del creato è dovuto alla creazione della coppia, del matrimonio e della famiglia. La creazione dell’uomo e della donna avvenne in modo significativo.
In Genesi 2:4-25, il racconto di Genesi cap. 1 è ripreso e riepilogato per sommi capi, per poi spiegare “come” Dio creò l’uomo e la donna. Dio, infatti, volle dare all’uomo delle umili, ma speciali origini (lo fece con le Sue mani a differenza delle altre creature, chiamate all’esistenza con la parola), lo pose in un luogo meraviglioso, gli affidò un compito preciso, non gravoso (Genesi 2:15), gli impartì un limite per uno sviluppo morale (Genesi2:17)…, ma poi, quasi per una riflessione di Dio (!), Dio non volle che l’uomo fosse solo e decise di fargli un aiuto convenevole (Genesi 2:18; 1Cor. 11:9), come una necessità che divenne impellente quando, per volere stesso di Dio, l’uomo passò in rassegna tutti gli animali e diede loro un nome (Genesi 2:19-20). Allora Dio trasse la donna dall’uomo e gliela presentò. L’uomo, sentendosene completato e reso felice, pronunciò delle stupende parole, che sono in se stesse profetiche (Genesi 2:22-24). Queste parole partono dalla constatazione del fatto che la donna era stata tratta da lui, per “profetizzare” il distacco dai genitori e la formazione di un’altra famiglia. Tutto questo nell’innocenza, prima che sopraggiungessero le rovine del peccato (Genesi 2:25).
Il matrimonio non ha soltanto lo scopo della procreazione. Sono stati versati fiumi di inchiostro per sostenere che unico scopo del matrimonio fosse la procreazione dei figli, ma secondo la Bibbia non è così, a meno che non ci si fermi superficialmente a Genesi 1:26-28.
Dalla narrazione più dettagliata di Genesi 2, è chiaro lo scopo della compagnia, dell’aiuto convenevole (Genesi 2:18,20,24). Il matrimonio e la famiglia sono visti come beni provveduti da Dio. Nella Parola di Dio è considerato un bene, un favore divino aver trovato moglie (Prov. 18:22), evidentemente se questa è una donna giudiziosa (Prov. 14:4). La stessa Parola di Dio invita l’uomo sposato a godere di questo bene sia in riferimento alle intime gioie coniugali (Prov. 5:15-23), sia in riferimento ai risultati pratici, visibili che può realizzare chi ha una moglie data ai lavori domestici (Prov. 31:10-31).
Il matrimonio e la fedeltà sono presi come esempi per indicare il rapporto stabile e indissolubile che dovrebbe esserci tra Dio ed il suo popolo. L’Istituzione e la regolamentazione del matrimonio cristiano sono stabilite nella Sacra Scrittura, La Parola di Dio, unica, infallibile e autorevole regola della nostra fede e condotta. Ne consegue quindi che:
1. Il Matrimonio: istituito da Dio stesso (Genesi 1: 27)
2. Il matrimonio: unione indissolubile (Matteo 19:6)
3. Il matrimonio: un patto (Malachia 2:14)
4. Il matrimonio: atto pubblico
5. Il matrimonio: atto di fede
La famiglia indissolubile
I riferimenti biblici sono molteplici su quest’argomento sia nel V.T e sia nel N.T. pertanto, la famiglia indissolubile non è stata un'invenzione dell'uomo, né frutto di un'esigenza sociale. Essa è voluta da Dio stesso, secondo l'affermazione categorica di Gesù: “L'uomo non separi quello che Dio ha congiunto” (Marco 10:9). Questa precisa dichiarazione non ammette dubbi. L'uomo non può dunque distruggere l'unione stabilita dal suo Signore e Creatore. Il piano divino è delineato in termini assai concisi. All'inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina: per questo “l'uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una sola carne”. Gesù riprende le indicazioni della Bibbia che aveva già parlato di un distacco dal padre e dalla madre in vista della formazione di un'entità del tutto nuova “la famiglia”. Ma precisa anche, in modo inequivocabile: “Sicché non sono più due, ma una sola carne” (Matteo 19:5-6)
Quest'unione è necessariamente indissolubile, vitale e perenne: Per questo l'uomo non potrà scioglierla in alcun modo. Questa è la volontà di Dio! In conclusione, nel NT, il nucleo famigliare è visto come una cellula nel tessuto della chiesa e deve essere una testimonianza nel mondo.
Riguardo il divorzio, secondo la concezione biblica e cristiana del matrimonio, è escluso in quanto la Bibbia considera il matrimonio come unione indissolubile per il tempo della vita terrena dei coniugi (Malachia 2:14-16) Il nucleo famigliare è considerato sempre come unito e completo nelle sue funzioni.
In Colossesi 3:18-21 l’apostolo Paolo presenta in maniera sintetica il nucleo famigliare e i doveri tra i suoi membri come un disegno armonioso, non solo nel piano di Dio, ma anche, se vogliamo, nel contesto sociale. Si vede in esso:
- I doveri delle mogli nei confronti dei mariti
- I doveri dei mariti nei confronti delle mogli
- Il rapporto di ubbidienza dei figli verso ambo i genitori
- La comprensione che deve esserci da parte dei genitori verso i figli
Quello che si legge in Col. 3 è ampliato in Efesini 5:22-6:4.
L’INSEGNAMENTO NELLA FAMIGLIA
La dilagante corruzione della società ha finito per mettere sempre più in difficoltà la famiglia. Ormai i valori morali tradizionali sono considerati superati e coloro che continuano a sostenerli sono visti come antiquati. Per questo oggi è quanto mai necessario esortare le famiglie cristiane a non seguire i principi mutevoli della società, a non conformarsi a questo mondo, ma a conoscere “la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà” (Rom. 12:2). I credenti, infatti, non si fondano sui principi mutevoli della società, ma su quelli immutabili della Parola di Dio e non possono, né debbono, seguire certe tendenze. La Parola di Dio, sebbene non sia un trattato sulla famiglia, contiene ammaestramenti di fondamentale importanza per chi vuole vivere santamente. Riguardo all’insegnamento, la Bibbia dichiara che la responsabilità della formazione dei propri membri ricade sulla famiglia. Spetta ai genitori insegnare, disciplinare e accudire i figli, un compito che per dei cristiani dovrebbe essere facilitato dall’aiuto di Dio.
1. I DOVERI DEI GENITORI
A. Educare
I genitori sono dunque i primi e più diretti responsabili della formazione dei figli. Nell’Antico Testamento Dio affidò loro l'insegnamento della Legge (Deut. 6:5-9). Il compito gravava sia sul padre sia sulla madre (Pr. 1:8; 6:20). Questa responsabilità diretta è confermata anche nel Nuovo Testamento (Ef. 6:4). In famiglia i genitori devono trasmettere innanzi tutto la loro fede ai figli, sia con le parole sia con l'esempio. La Bibbia offre alcuni esempi di buoni genitori:
- Anna. La mamma di Samuele dopo aver ricevuto da Dio la gioia di partorire, condusse il figlio ancora bambino nella casa del Signore (1Sam. 1:28). Ecco come deve agire una famiglia di credenti: portare i figli in chiesa. I genitori che non insistono perché i loro figli li accompagnino al culto, o peggio li mandano in chiesa da soli, sbagliano.
- Manoà. Il padre di Sansone chiese a Dio di parlare con l'Angelo che aveva annunziato a sua moglie la nascita di un figlio per chiedergli: “…che dobbiamo fare per il bambino che nascerà… quale norma si dovrà seguire per il bambino? Che cosa si dovrà fare per lui?” (Giud. 13:8,12). Egli manifestò così il desiderio di dipendere totalmente dal Signore e dalla sua Parola nell’educazione del figlio ricevuto.
B. Disciplinare
I genitori che amano veramente i figli, non fanno mancare loro la disciplina. L’amore dei genitori per i figli, infatti, è un sentimento che contempla anche la necessaria disciplina (Pr. 3:12; 13:24; 22:6,15; 23:13-14; 29:15,17; Ebr.12:6-7). È un male quando i figli fraintendono l'amore paterno e materno scambiandolo per debolezza. Per i genitori disciplinare non è un piacere, ma un dovere, addirittura una responsabilità civile, giacché i figli che hanno imparato ad ubbidire e rispettare i genitori e gli insegnamenti di Dio, troveranno anche più facile
rispettare le leggi del proprio paese. Viceversa, chi permette ai figli di crescere senza correzione, senza imparare il valore dell’autorità, sta insegnando loro la via della ribellione. Essi si ribelleranno prima alla famiglia, poi alla chiesa e, infine, alla società (Pr. 17:25; 19:26; 30:17).
Nell’Antico Testamento vi sono esempi “illustri” di educazione senza disciplina:
- Eli (1 Sam. 2:22; 3:13)
- Davide (1 Re 1:6).
Questi due uomini di Dio dovettero vergognarsi, vivere delle vere e proprie tragedie familiari, a causa del fatto che non avevano saputo disciplinare i figli quando era il tempo. Sì, perché c’è un tempo in cui si può e si deve educare, poi è tardi (Ecc. 3:1). È bene precisare, però, che un figlio va corretto con amore e mai in un eccesso d’ira. C’è dunque modo e modo di applicare la disciplina. Talvolta dopo averli corretti, alcuni genitori cristiani pregano con i figli per insegnare loro la necessità di chiedere anche perdono a Dio.
C. Accudire
La cura dei genitori non deve essere solo spirituale e morale ma occuparsi anche della crescita fisica e sociale dei figli. I Vangeli non dimenticano di precisare che Gesù cresceva sia “in grazia”, sia “in sapienza e in statura” (Luca 2:52). I genitori devono preoccuparsi che i figli abbiano il necessario, ma non devono cadere nella trappola di sentirsi in colpa quando manca loro il superfluo. Un genitore non riuscirà mai, né deve, indipendentemente dalle proprie possibilità, soddisfare tutte le richieste del figlio. Naturalmente, la cura dei genitori non deve tendere ad assicurare ai figli soltanto beni materiali, ma estendersi anche agli studi, al lavoro e a tutte quelle decisioni che la vita richiede. Un genitore deve saper guidare e incoraggiare il figlio (Col. 3:21).
2. I DOVERI DEI FIGLI
A. Onorare
Onorare i genitori è un comandamento, il quinto per la precisione (Es. 20:12). Onorare per un figlio significa riconoscere la posizione dei genitori, che il Signore ha collocato su un gradino più alto rispetto a loro nell’ambito della famiglia. Per un figlio cristiano, infatti, dopo l’autorità di Dio viene quella dei genitori. Davanti ai figli Dio colloca entrambi i genitori su un piano di pari dignità e responsabilità, giacché la distinzione dei ruoli dell’uomo e della donna non intacca né condiziona la loro posizione davanti ai figli. L'onore dovuto ai genitori è un principio irrinunciabile se si vuol salvaguardare l'integrità e la santità della famiglia. Gesù, facendo riferimento al quinto comandamento (Matt. 15:1-6), dimostra che l'onore dovuto ai genitori non deve mai venir meno, neppure quando un figlio lascia la famiglia per costituirsene una propria. Il rispetto per i genitori deve indurre un figlio a non pronunciare parole, compiere azioni, assumere atteggiamenti che, in qualche modo, possano offenderli (Deut. 27:16).
B. Ubbidire
L’onore dovuto ai genitori porta necessariamente un figlio all’ubbidienza (Ef. 6:1). In un tempo che disprezza l’ubbidienza e plaude alla ribellione, è opportuno ricordare che il Signore gradisce solo dei figli ubbidienti (Col. 3:20). L'ubbidienza ai genitori deve essere considerata come un vero e proprio atto d’amore verso il Signore che la richiede. È bene ricordare che l'apostolo Paolo elenca la ribellione ai genitori come un segno
degli ultimi tempi (2 Tim. 3:1-2). Esistono diversi modi di ubbidire:
- C’è l’ubbidienza servile, ossia quella che è imposta, che si subisce;
- C’è l’ubbidienza filiale, ossia quella volontaria, spontanea, ed è quella gradita a Dio.
L'ubbidienza che si deve ai genitori è illimitata? La Parola di Dio precisa di ubbidire ai genitori “nel Signore” (Ef. 6:1). Ne consegue che un figlio cristiano che riceve ordini contrari alla sua fede non è obbligato ad ubbidire incondizionatamente, egli deve ubbidire “nel Signore”. Quando l’ordine di un genitore contrasta apertamente con la volontà di Dio, il figlio può rifiutarsi di ubbidire. Questo però non significa che smette di essere sottomesso ai propri genitori nelle altre questioni, anzi un figlio che è “costretto” a non ubbidire ai genitori, dovrà avere maggiore scrupolosità e attenzione sulle altre cose. Sarà bene saper distinguere tra un ordine che contrasta con la volontà divina e uno che, invece, contrasta semplicemente con la propria volontà. L'espressione “nel Signore” non deve diventare un alibi per i figli disubbidienti. Non è un caso che nell'unico testo biblico in cui si fa riferimento al rapporto di Gesù con i genitori terreni, è scritto che Egli era loro sottomesso (Luca 2:51).
C. Contraccambiare
La Parola di Dio invita i figli “a rendere il contraccambio ai loro genitori, perché questo è gradito davanti a Dio” (1 Tim. 5:4). Contraccambiare significa “fare qualcosa in cambio di quel che si è ricevuto”. Purtroppo sono sempre di più i padri e le madri che, divenuti anziani e considerati inutili, vengono lasciati soli, senza il calore della famiglia (Pr. 23:22). Spesso ci si lascia trascinare soltanto dalla logica dell'egoismo e non da quella cristiana dell'amore e del servizio. Cos’è invece davvero gradito a Dio? “Se uno non provvede ai suoi, e in primo luogo a quelli di casa sua, ha rinnegato la fede, ed è peggiore di un incredulo” (1 Tim. 5:8). L'Insegnamento di Gesù invita a non nascondersi ma ad assumersi in pieno le proprie responsabilità (Mar. 7:9-13). Bisogna restituire ai genitori le cure, l'affetto, il calore che ci diedero quand'eravamo bambini. Gesù sembra aver avuto questa preoccupazione mentre era sulla croce, perché sapendo che non gli sarebbe stato possibile “contraccambiare” personalmente, affidò sua madre alle cure di Giovanni (Giov. 19:25-27). Non bisogna dimenticare che si raccoglie quel che si semina: “Non vi ingannate; non ci si può beffare di Dio; perché quello che l'uomo avrà seminato, quello pure mieterà” (Gal. 6:7).
L’ESEMPIO NELLA FAMIGLIA
La famiglia cristiana è chiamata ad essere d’esempio innanzitutto al suo interno, poi nella propria chiesa e infine nella società.
1. AL SUO INTERNO
Prima di tutto, una famiglia cristiana deve essere d’esempio al suo interno, agli altri familiari. I coniugi cristiani, così come i figli cristiani, devono essere sempre pronti a render conto della speranza che è in loro a tutti i familiari (1 Pt. 3:15). Testimoniare in famiglia è compito difficile e richiede un impegno costante.
A. Il ruolo della moglie
“Mogli, siate sottomesse ai vostri mariti, come al Signore” (Ef. 5:22).
a) Una sottomissione stabilita da Dio: senza ingigantire il concetto di sottomissione per il proprio comodo, ma neppure minimizzarlo, è bene tener conto del ruolo che Dio ha assegnato alla donna. Fu Dio a dire alla donna: “…i tuoi desideri si volgeranno verso tuo marito ed egli dominerà su di te” (Genesi 3:16). Dio predisse ad Eva quel che sarebbe avvenuto a causa dell’egoismo della natura umana: l’uomo
avrebbe trasformato in schiavitù la sottomissione della donna. In verità, la sottomissione richiesta alla moglie non significa inferiorità della donna e superiorità dell'uomo. Il fatto che la donna sia il “vaso più delicato” (1Pt. 3:7; Riveduta: “più debole”) non significa che abbia un'intelligenza inferiore o un carattere più debole, ma piuttosto una diversa sensibilità, emotività e forza fisica. Davanti a Dio la donna ha la stessa dignità dell’uomo (Gal. 3:28).
b) Stima del Signore per la donna: i Vangeli narrano che Gesù:
- Si fece assistere dalle donne con i loro beni (Luca 8:3);
- Affidò la prima testimonianza della Sua risurrezione ad una donna (Mar. 16:9);
- Fu capace di infrangere le regole di una società ingiusta con le donne mettendosi a parlare per strada con la donna samaritana (Giov. 4:27).
Tuttavia il Signore non chiamò nessuna donna fra gli apostoli, mostrando così in modo chiaro che uguale dignità non significa identità di ruoli!
c) Sottomissione “come al Signore”: il termine “sottomessa” appare troppo forte se si dimentica il termine di paragone che offre la Parola di Dio: “…come nel Signore”. Il meraviglioso rapporto esistente tra Cristo e la Chiesa mostra chiaramente che nell'idea di sottomissione di Dio non si cela alcun tipo di sopruso, violenza, prepotenza, egoismo o altro. Cristo non usa la Chiesa, non le fa del male, non l'abbandona, piuttosto la cura amorevolmente. È comprensibile che una donna non accetti, o lo faccia con estremo sacrificio, di essere sottomessa ad un marito violento, insensibile, egoista, irrispettoso. In una coppia cristiana, però, dove il marito rispetta la libertà e la personalità della moglie, dovrebbe essere tutto più facile. Se un marito esercita il proprio ruolo rettamente, la moglie potrà mettere più serenamente se stessa al servizio della famiglia. Oggi non è facile né insegnare, né mettere in pratica quanto si sta dicendo: una moglie accetterà di essere sottomessa a suo marito solo se prima si sarà sottomessa a Cristo. Del resto, Paolo si rivolgeva alle donne che erano nella chiesa.
B. Il ruolo del marito
“…il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della chiesa… Mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la chiesa e ha dato sé stesso per lei… Allo stesso modo anche i mariti devono amare le loro mogli, come la loro propria persona. Chi ama sua moglie ama sé stesso” (Ef. 5:23,25,28).
a) “Capo della moglie”: nel costituire il marito capo della moglie, Dio si è ispirato ad un modello: Cristo, capo della chiesa. Ogni abuso “maschilista” nell'interpretazione di questa disposizione è del tutto ingiustificato. Questo verso non può essere usato per giustificare autoritarismo, soprusi, prepotenze, quando non una vera e propria tirannia dei mariti verso le mogli. Si tende, anche in questo caso, a porre l’accento sulla prima parte dell’affermazione, mentre si sottovaluta l'importante termine di paragone: “… Cristo… capo della Chiesa”. I mariti credenti si devono chiedere cosa ha inteso dire veramente Dio quando li ha stabiliti “capo della moglie”.
b) Il capo deve “servire” (Luca 22:26; Matt. 23:11-12): essere il capo non è vantaggioso, perché richiede impegno, senso di responsabilità, spirito di sacrificio. Cristo, perché Capo, si è sacrificato per la Chiesa e non ha mai approfittato della Sua posizione. Così un marito cristiano sarà veramente capo quando avrà fatto tutto quel che è in suo potere per permettere alla famiglia di vivere serenamente. Il marito-capo è responsabile del buon andamento della propria famiglia e deve essere pronto ad accollarsi le sue responsabilità. Un marito che si sottrae ai propri doveri, o non li assolve con diligenza, avrà conseguenze anche nella sua vita spirituale (1 Pt. 3:7). Naturalmente ciò non significa che deve fare tutto lui, ma piuttosto che il dovere di provvedere alla famiglia è principalmente suo.
c) Il capo deve “amare”: la gioia della Chiesa, Sposa di Cristo, sta nella certezza di essere amata dallo Sposo. Ancora una volta è questo il modello che viene offerto: “Mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la chiesa e ha dato sé stesso per lei” (Ef. 5:25). Benché contrario al modo di pensare del mondo, questo modello corrisponde a quello divino, secondo il quale “vi è più gioia nel dare che nel ricevere” (Atti 20:35). L'amore vero non è un sentimento temporaneo, né l’emozione di un momento, ma l'azione di un'intera vita. Il matrimonio con il passare degli anni dovrebbe migliorare, ma questo non accade sempre, perché s’insinuano impercettibili radici amare che, se non estirpate per tempo, possono causare la rovina di una famiglia. I mariti che confondendo la loro funzione di guida con la “tirannia”, dimostrano di non amare abbastanza le mogli e neppure loro stessi!
2. NELLA CHIESA
Una comunità cristiana è formata da diversi nuclei familiari. Qualcuno ha detto, riferendosi alle famiglie che frequentano una chiesa: “Tale famiglia, tale chiesa”. La vita delle singole famiglie, infatti, influenza inevitabilmente l'andamento di tutta la comunità. Così, dove ci sono buone famiglie cristiane, c’è anche una buona chiesa. Le famiglie della chiesa devono essere d’esempio le une alle altre. Per questo è bene che si frequentino e s’influenzino, anche se questo, per altri versi, può essere pericoloso. Paolo mette in relazione l'amministrazione della famiglia con la conduzione di una comunità: “Se uno non sa governare la propria famiglia, come potrà aver cura della chiesa di Dio?” (1 Tim. 3:5). La famiglia cristiana è dunque responsabile della formazione spirituale dei propri membri anche per dare un fattivo contributo all'edificazione della chiesa. Paolo fu aiutato da diverse famiglie cristiane, che si rivelarono utilissime alla causa dell’Evangelo. Basti pensare ad Aquila e Priscilla, famiglia incontrata a Corinto. In seguito, quando questa coppia di artigiani partì per Efeso, la loro casa fu tra i luoghi dove si riunì la chiesa. Lo stesso accadde più tardi quando si trasferirono a Roma. Nell’Epistola ai Romani, Paolo pone moglie e marito su un piano di assoluta parità quando dice: “Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù…” (Rom. 16:3-5).
3. NELLA SOCIETÀ
Una famiglia in cui c'è il Signore finisce per attrarre con il suo esempio molti altri nuclei familiari (Col. 4:3-6). Chi ha contatti con una buona famiglia cristiana sarà “contagiato” dall'atmosfera serena che vi regna e dall’amore tra i coniugi. Chi mai crederà, invece, a quelle famiglie che pur frequentando la chiesa non mostrano di essere “nel Signore”? Gli altri devono vedere che Gesù è entrato in quella casa. Spesso una casa cristiana rappresenta il primo passo verso l’Evangelo per tante persone che, essendo prevenute, non metterebbero mai piede in una chiesa. Quante chiese sono sorte proprio nell'ambito di famiglie in cui c'era il Signore? (1 Cor. 16:15; Col 4:15). Una famiglia che ha il Signore costituisce dunque un potenziale unico per la causa dell’Evangelo. L’azione
della coppia cristiana non si deve esaurire dunque nella cerchia familiare. Ogni coppia cristiana deve trovare un giusto equilibrio tra le aspirazioni familiari e quelle spirituali, così da essere utile non solo alla propria famiglia. Le occupazioni di una coppia cristiana devono contemplare il servizio sotto forma di assistenza spirituale e materiale (agli anziani, ai malati, agli ospiti, agli orfani, alle vedove, ecc.).
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