Cristiani Evangelici di Fede Pentecostale

attualita 3

IL SUICIDIO

Salomone disse: “Ho odiato la vita” (Ecclesiaste 2:17).

IL SUICIDIO

NOZIONE

SGUARDO GENERALE

I DATI COMPLESSIVI

SUICIDI SECONDO IL SESSO

SUICIDI SECONDO L’ETÀ

IL SUICIDIO NELLA PROSPETTIVA BIBLICA

SI PUÒ DESIDERARE LA MORTE?

DESIDERARE LA…VITA.

IL SUICIDIO E L'ETERNITÀ.

CONCLUSIONE.

“Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia. Il resto (...) viene dopo. Questi sono giochi: prima bisogna rispondere” (Albert Camus, Il mito di Sisifo, 1942). Torna all'indice

  Nozione.

Ogni indagine sul suicidio deve partire dall’ormai classico testo, “Il suicidio”, che il sociologo francese Émile Durkheim (1858-1917) vi dedicò nel 1897; in esso ne offriva la seguente definizione: “Dicesi suicidio ogni caso di morte direttamente o indirettamente risultante da un atto positivo o negativo compiuto dalla stessa vittima pienamente consapevole di produrre questo risultato”. Alla definizione di Durkheim si possono muovere almeno tre osservazioni critiche:

a.      Si tratta di una definizione troppo vaga: che cosa significa, infatti, una morte indirettamente risultante da un atto negativo?

b.      La classe individuata dalla definizione ha un’estensione di gran lunga superiore rispetto a quella individuata dall’uso linguistico comune. Suicidi sarebbero, infatti, per esempio, quanti rifiutano di ubbidire, sotto minaccia di morte, ad un ordine ingiusto, i martiri, coloro che si sacrificano per gli altri o muoiono eroicamente in battaglia.

c.      L’insufficienza di questa definizione deriva soprattutto dal non fare riferimento alla volontarietà dell’atto. Si tratta di un’omissione consapevole, imposta dal pregiudizio positivistico secondo cui la volontà della persona non va considerata, perché intersoggettivamente non osservabile.

Più adeguata appare la definizione proposta da Giuseppe Masi alla voce “Suicidio” dell’Enciclopedia Filosofica curata nel 1979 dal Centro di Studi Filosofici di Gallarate: “In senso stretto, è l’atto con cui un individuo procura a sé volontariamente la morte”. A questa definizione farò riferimento.Torna all'indice

SGUARDO GENERALE

Ogni anno nel mondo quattro milioni di persone tentano di togliersi la vita, ogni giorno mille persone riescono nel loro proposito: secondo le stime della “Organizzazione mondiale della Sanità”, nella maggior parte dei Paesi occidentali, (posto nella scala delle cause di decesso violento), il suicidio si colloca fra il 5%; ed il 10%;. In Italia un numero difficilmente precisabile di persone, ma probabilmente fra le 7.000 e le 10.000, tenta ogni anno il suicidio e per più di 3.700 il gesto ha effetti letali.

Le ipotesi sul perché ci si uccide appaiono oggi decisamente sfocate. Non ci sentiremmo di sottovalutare come cause concomitanti del suicidio fattori quali l'ereditarietà delle tendenze depressive, l'imitazione, la malattia mentale. Si consideri solo il fattore imitativo. Uno studio apparso su “The new England Journal of medicine”, riporta i dati di un'analisi sul rapporto fra tendenza al suicidio e mass-media nell'area di New York. I suicidi ed i tentativi di suicidio nelle due settimane successive ad una trasmissione televisiva che si concludeva con il suicidio del protagonista subivano una brusca impennata. La raccolta di dati ripetuta in diverse occasioni ribadiva una forte correlazione fra lo spettacolo del suicidio e la realtà del suicidio. Basta del resto ricordare come certi posti esercitino un fascino suicidogeno: è il caso, ad esempio, del viadotto “Soleri”, in provincia di Cuneo, tragicamente noto come “il ponte dei suicidi” dal quale si sono lasciati cadere nel vuoto più di 150 persone.

Nella nostra società, la dinamica individuo-società è certo molto più complessa: in nessun momento della vita la società può totalmente garantire l'individuo, ad ogni svolta si può rischiare di rimanere soli. Sono venute meno quelle ritualizzazioni degli status e dei ruoli che “insegnavano a vivere” agli individui e quei riti di passaggio formalizzati che lo soccorrevano nei momenti di margine. Nella società industriale avanzata, nella società dei consumi, nella società di massa, o come altrimenti la si voglia chiamare, l'individuo è fondamentalmente solo e può contare solo su se stesso per fondare e difendere il proprio ruolo sociale. È certo che nella nostra società, i “momenti del suicidio” si sono enormemente diversificati: il suicidio non ha più età ed occasioni preferenziali tanto marcate.Torna all'indice

I DATI COMPLESSIVI

Dopo la pausa della seconda guerra mondiale, il tasso annuo di suicidio si stabilizza tendenzialmente in Italia intorno ai 2300 casi. Malgrado l'apparente stabilità il suicidio rappresenta, tuttavia, un preciso sismografo per controllare lo stato di salute della nostra società e ribadisce quindi con forza il suo carattere di “fatto sociale”.

Eccezion fatta per il periodo del cosiddetto “boom economico” dei primi anni ‘60, in cui si registra un evidente abbassamento, a partire dalla fine degli anni ‘60 per arrivare agli ultimi dati del 1988, il tasso di suicidio procede, con andamento costante, verso una continua ascesa.

Il notevole aumento dei suicidi registrato alla fine degli anni ‘60 e nei primi anni ‘70 trova spiegazione negli sconvolgimenti sociali e culturali che hanno accompagnato e caratterizzato il periodo della contestazione giovanile: nel giro di pochi mesi furono rimessi in discussione valori e istituzioni che apparentemente appoggiavano su solide basi; l'urto cruento di questo sommovimento socio-culturale fu tale da determinare un aumento del 20% nel tasso di suicidio per i giovani di età inferiore ai 25 anni.

Nel corso dell'ultimo decennio (VEDI TABELLA) il numero dei suicidi in Italia si presenta in lenta e costante ascesa: nel 1979 si registrano 2.635 casi di morte volontaria, mentre nel 1987 si arriva a 4.081 casi. Nel 1988 si registra una lieve inversione di tendenza, con un decremento del dato assoluto, che, infatti, si attesta sui 3.810 casi.

        I dati del 1989 fanno riferimento ai primi sette mesi dell'anno (gennaio/luglio): il numero dei suicidi è di 2.655, il che vuol dire che se nel corso dell'anno il trend rimarrà sostanzialmente costante, si può stimare un ulteriore lieve aumento del tasso complessivo di suicidio.

La stima è stata calcolata tenendo conto del fatto che il tasso di suicidio presenta un’incidenza differenziata nella distribuzione per mesi, con un'impennata nel secondo trimestre, durante il quale si concentra il 35% dei casi. A questi dati, fanno seguito i tentativi di suicidio accertati (VEDI TABELLA).

        Se negli ultimi due anni si è registrato un trend discendente nella curva dei suicidi, un andamento diametralmente opposto si è verificato nella curva dei tentativi di suicidio: questa infatti si è presentata fino al 1986 in progressivo decremento, mentre l'87 ha rappresentato un momento di svolta, facendo registrare un aumento di ben 519 casi di tentativi di suicidio (circa il 21% in più). Ma per quanto riguarda i tentativi di suicidio le cifre ufficiali lasciano molto a desiderare. È infatti largamente ipotizzabile che i tentativi di suicidio accertati dalla Polizia di Stato e dai Carabinieri, costituiscano solo una modesta percentuale del dato effettivo.

La conclusione che si può, con ogni probabilità, trarre dalla lettura di questi dati è che rimane sostanzialmente costante, nel nostro Paese, la tendenza a togliersi la vita, anche se si registrano, in alcuni anni, delle impennate del fenomeno. Di particolare interesse appare la distribuzione per Regione dei suicidi (VEDI TABELLA). I dati confermano una situazione ormai stabile e consolidata: la prevalenza dei suicidi al nord rispetto al mezzogiorno. Il coefficiente massimo di suicidi è prerogativa delle regioni più sviluppate: Liguria, Emilia Romagna, Piemonte. Le regioni meridionali, al contrario, registrano storicamente un tasso di suicidio inferiore alla media nazionale. Ancora per molti versi il mondo contadino rimane legato agli scenari culturali di Levi, di Scotellaro e di Silone. Torna all'indice

SUICIDI SECONDO IL SESSO

I dati generali sul suicidio assumono maggiore rilevanza e forniscono una immagine più chiara della realtà suicidogena nel nostro Paese, se vengono disaggregati per sesso e per età. Si evidenzia la regolarità nel tempo della ripartizione dei suicidi tra maschi e femmine: il trend è infatti costante, con un 70% di suicidi maschili e un 30% di suicidi femminili. Questa situazione si presenta pressoché invariata nell'ultimo decennio. Il dato è tradizionalmente spiegato facendo riferimento alle più ridotte frontiere sociali lungo le quali solitamente la donna si trova a combattere ed al ruolo più formalizzato che è garantito alla donna madre e sposa. Il ruolo della donna è stato, nel passato, più legato a dinamiche familiari, dove l'intreccio dei compiti tendeva ad accentuare una prevalenza dei doveri verso gli altri rispetto alla percezione e all'attenzione costante di sé. Proprio la condizione di lavoratrice e quindi l'accrescersi di una soggettività civile più matura e compiuta, spiega la contestuale diminuzione dei suicidi nelle donne nubili (per le quali all'inizio del secolo si registrava invece il maggior tasso di suicidi) e l'aumento del fenomeno tra le donne sposate. Tra queste la condizione di casalinga fa registrare un fenomeno contraddittorio di rilevante mutamento culturale. La condizione di vita relazionale giocata prevalentemente in un'economia di affetti familiari e di vicinato, anziché un elemento di sicurezza e di stabilità, tende a diventare lo scenario e la causa di disagi sempre più forti, in cui probabilmente la mancanza di omologazione col mondo esterno e la percezione di non sentirsi partecipi di un processo produttivo, o di un progetto collettivamente condiviso, può generare frustrazioni con un potenziale autodistruttivo assai rilevante (pensiamo anche all'alcolismo percentualmente molto diffuso in questa categoria di persone). Di estremo interesse per comprendere il problema del suicidio rispetto al sesso delle vittime rimane, tuttavia, il fenomeno classico della netta prevalenza dei tentativi di suicidio femminili rispetto ai maschili. Passando dai suicidi ai tentativi di suicidio, infatti, il rapporto uomo-donna si inverte decisamente. Il numero di donne che tenta il suicidio è complessivamente superiore a quello degli uomini. Torna all'indice

SUICIDI SECONDO L'ETÀ

Il suicidio è un fenomeno che colpisce in maniera più marcata gli individui di età avanzata. Questo è un dato ormai “storicamente” consolidato: il più alto numero di casi di morte volontaria si registra nelle fasce di età 45-64 anni e dai 65 in su. Si assiste ad un aumento progressivo dei suicidi che risultano in minor numero nella prima fascia di età (fino a 13 anni) per poi via via aumentare e concentrarsi in maggior misura nella fascia dai 65 in poi. La spiegazione di questo dato è lampante ed evidente: è un ulteriore terribile segno della condizione degli anziani nella società e nella cultura di questi ultimi anni. Sentirsi un peso per la famiglia, non essere più considerati socialmente produttivi e, di conseguenza, avvertire la propria inutilità per la dinamica società attuale, la mancanza di strutture adeguate ed “umane” per l'accoglienza: sono queste tutte cause che portano l'anziano ad anticipare volontariamente l'evento naturale della morte.

        Tornando all'aspetto statistico osserviamo che questa tendenza dell'aumento dei suicidi nelle fasce di età più avanzate e della riduzione degli stessi fra i giovani, sembra subire una marcata inversione di marcia in questi ultimi anni. Si registra, infatti, un aumento dei suicidi nelle prime tre fasce di età, ovvero fino ai 24 anni ed un decremento nelle fasce 25-44 e 45-64, le quali, comunque, mantengono il tragico primato. Nei primi sette mesi dell’anno si arriva a 50 suicidi nella fascia d'età fino a 17 anni, numero pari a quello registrato nel corso dell'intero anno 1998. Una stima approssimata ci suggerisce che il 1999 si sia concluso con un numero di minorenni suicida quasi raddoppiato rispetto all'anno precedente. Il suicidio giovanile, quello dei ragazzi al di sotto dei 18 anni, rimane ancora in molti casi senza risposta. Perché ci si uccide quando si ha tutta la vita davanti? Cosa può portare un ragazzo alla determinazione di morire? Basta un brutto voto a scuola, un rimprovero dei genitori, l'offesa di un compagno.

Diamo uno sguardo alle sottostanti tabelle e poi cominciamo a vedere il problema “suicidio” nella prospettiva biblica:

Frequenza del tentato suicidio in età 15-19 (n. di persone per 100.000 popolazione/anno)

Paese                          anno della ricerca

Maschi età 15 – 19

Femmine età 15 - 19

Sor - Trondelag, Norvegia              1991

85

230

Regioni Danesi                               1991

60

206

Leiden, Olanda         media   1989-1990

44

192

Bern, Svizzera          media    1989-1991

76

279

Vasterbotten, Umea, Svezia 
                                  media 1989-1991

73,7

219,8

Padova, Italia                                 1991

17

188

Helsinki, Fillandia        media 1989-1993

230

277

Oxford, G. Bretagna *  
                        media 1989-1992

300

790

Rimini, Italia 11 mesi tra il 1997-1998

35

314

La tabella è tratta dallo studio multicentrico sul parasuicidio dell'OMS con esclusione dei dati che riguardano Rimini. Inquest'ultima città la frequenza è stata raccolta seguendo le indicazioni OMS ottenendo quindi dati confrontabili.
* I dati di Oxford corrispondono ad una frequenza di t. s. pari allo 0,5%.
** La ricerca è stata svolta con controlli periodici dalla nascita fino ai 16 anni utilizzando self-report, interviste alle madri, ai bambini, agli insegnanti, rapporti scolastici e di polizia. Il risultato ottenuto per la frequenza del t.s. risulta pertanto particolarmente attendibile.

Lo scenario delle motivazioni “suicidogene” dei giovani è dominato dalla incapacità di questi a trovare il giusto senso dell'esistenza. Troppo spesso i giovani d'oggi si trovano a camminare sospesi su di un filo sottile: niente cui aggrapparsi nel passato e nulla cui aspirare nel futuro. Unica alternativa sembra essere il compimento di un gesto che dia l'illusione di aver trovato almeno una dimensione: quella del “coraggio dell'ultima volta”.

Analizzando la distribuzione dei tentativi di suicidio secondo l'età, e tenendo presente la diversa proporzionalità delle varie fasce d'età sul totale della popolazione, il fenomeno sembra procedere in senso inverso: i tentativi aumentano nelle fasce di età giovanili e diminuiscono in quelle anziane. Questo potrebbe significare che i giovani, con i loro tentativi, vogliono richiamare l'attenzione sulla loro insoddisfazione, La situazione dell'anziano è diversa: questi non vuole dimostrare nulla, vuole solo togliersi di mezzo... per fare spazio, e per far ciò ricorre a metodi sicuri, che evitino il fallimento dell'atto.

Ripetitività dei Tentati Suicidi
                                             

Tentati suicidi precedenti
 T.S. ripetuti entro un anno dal primo tentativo

n°

(%)

n°

(%)

Femmine

10-14

24

(11.8)

19

(8.4)

15-19

263

(21.9)

119

(9.1)

10-19

287

(20.5)

138

(9.0)

Maschi

10-14

5

(16.2)

1

(2.6)

15-19

81

(18.9)

49

(9.0)

10-19

86

(18.7)

50

(8.6)

Entrambi

10-14

29

(12.4)

20

(7.6)

15-19

344

(21.1)

168

(9.1)

10-19

373

(20.0)

188

(8.9)


 Modalità d’autolesionismo secondo genere sessuale

FEMMINE
MASCHI
 NUMERO TOTALE

Modalità t.s.

numero

(%)

numero

(%)

numero

(%)

taglio dei polsi

200

(88.9)

114

(78.1)

314

(84.6)

taglio di altre parti del corpo

18

(8.0)

17

(11.6)

35

(9.4)

salto dall'alto o davanti ad un veicolo in corsa

6

(2.7)

5

(3.4)

11

(3.0)

armi da fuoco, impiccagione, annegamento.

0

(-)

4

(1.8)

4

(1.8)

altri metodi

1

(0.4)

6

(2.7)

7

(1.9)

numero totale degli episodi

225

(100)

146

(100)

371

(100)



 Farmaci assunti durante episodi d’autoavvelenamento
secondo genere sessuale e fascia d’età.

    ETA':    
10-14 anni    
 15-19 anni  
   10-19 anni

numero

(%)

numero

(%)

numero

(%)

Femmine

analgesici non oppiacei*

169

(65.3)

984

(61.9)

1153

(62.4)

tranquillanti minori e sedativi

29

(11.2)

230

(14.5)

259

(14.0)

antidepressivi

19

(7.3)

125

(7.9)

144

(7.8)

altri farmaci

75

(29.0)

401

(25.1)

476

(25.7)

numero totale episodi

259

1590

1849

Maschi

analgesici non oppiacei*

23

(57.5)

316

(56.4)

339

(56.5)

tranquillanti minori e sedativi

8

(20)

96

(17.1)

104

(17.3)

antidepressivi

5

(12.5)

42

(7.5)

47

(7.8)

altri farmaci

12

(30.0)

150

(26.8)

162

(27.0)

numero totale episodi

40

560

600

*più frequentemente il paracetamolo.

Le tabelle sono tratte dal “British Journal of Psychiatry, 1992, 161, pag. 816-823
Hawton & Fagg.  Deliberate Self-poisoning and Self-injury in Adolescents. A Study of Characteristics and Trends in Oxford, 1976-89”.

IL SUICIDIO NELLA PROSPETTIVA BIBLICA

La morte suicida mette a nudo il problema stesso del senso della vita, il problema del Senso: la vita è un dono e un compito o un bene di consumo, da usare e da gettare a piacimento? L’uomo è l’autore e il padrone della propria vita o si trova invece posto in essa come chi ne deve rendere conto? Molte volte l’uomo dimentica che solo da Dio dipende la vita; l’uomo così arbitrariamente vuole innalzarsi al di sopra di Colui che siede nei cieli, pensando che la vita gli appartiene, per cui la “vita è sua e la gestisce da sè”. L’uomo dimentica che la vita è un dono di Dio come afferma la Bibbia, anche se non vuole ammetterlo.

“Pitagora afferma che: “Senza il volere del comandante supremo, cioè di Dio, non si deve disertare dal posto di guardia che ci è assegnato nella vita”, così riporta Marco Tullio Cicerone (106-43 a. C.) nel Cato major de senectute, il “Catone maggiore sulla vecchiezza”; la stessa posizione sarà ripresa da Socrate (469-399 a. C.) nel Fedone platonico e anche dalla filosofia cristiana.

Dio ha sempre un consiglio pronto ed utile per la Sua creatura, che ama infinitamente. Vuole far comprendere che esistono dei limiti che non devono essere superati e delle decisioni che non devono essere prese senza prima averLo consultato. La Bibbia afferma che la vita è un dono di Dio: “Lo spirito di Dio mi ha creato, e il soffio dell’Onnipotente mi dà la vita” (Giobbe 33:4).

In modo inequivocabile la Scrittura dichiara che:

A)    Dio è la fonte della vita: “Dio non è servito dalle mani dell’uomo, come se avesse bisogno di qualcosa; lui che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa” (Atti 17:25).

B)    La vita è un atto creativo di Dio: “Dio il Signore formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l’ uomo divenne un ‘anima vivente” (Genesi 2:7).

C)    Dio è l’unico Padrone e Governatore della vita: “Nudo sono uscito dal grembo di mia madre, e nudo tornerò in grembo alla terra; il signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il nome del Signore” (Giobbe 1:21).

D)    L’ampiezza della vita dell’uomo dipende da Dio: “Lo sazierò di lunga vita e gli farò vedere la mia salvezza” (Salmo 91:16).

E)    La vita degli uomini è nelle mani di Dio: “Che Egli tiene in mano l’anima di tutto quel che vive, e lo spirito di ogni carne umana” (Giobbe 12:10).

F)     Dio vieta all’uomo di togliere o di togliersi la vita: “Non uccidere” (Esodo 20:13).

Quando Gesù è venuto sulla terra, ci ha insegnato quanto sia importante il valore della vita e quanto lo si debba tenere in considerazione: “Cinque passeri non si vendono per due soldi? Eppure non uno di essi è dimenticato dinanzi a Dio; anzi perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete dunque; voi siete da più di molti passeri” (Luca 12: 6,7).

Quando si accetta Cristo come Personale Salvatore e Signore della propria esistenza l’uomo può capire il vero significato della vita che Dio gli ha dato. Questo è confermato dalle parole straordinarie che pronunciò Gesù: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morrà mai” (Giovanni 11:25,26).

Possiamo quindi affermare che suicidarsi è un atto condannato da Dio. Solo Dio è il Padrone della vita dell’uomo e solo Lui ha il diritto di disporre della vita e della morte:

Ø        “L’Eterno fa vivere e morire” (1Samuele 2:6).

Ø        “Ora vedete che io solo sono Dio e che non vi è altro dio accanto a me. Io faccio morire e faccio vivere, ferisco e risano e nessuno può liberare dalla mia mano” (Deuteronomio 32:39).

         Gesù è venuto per darci una vita abbondante: “Il ladro non viene se non per rubare, ammazzare e distruggere; io son venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza” (Giovanni 10:10).

Quando il credente affronterà la sua dipartenza verso l’eternità, sereno, con gioia e certo di essere con Cristo, potrà dire: “Il tempo della mia partenza è giunto. Ho combattuto il buon combattimento, ho finito la corsa, ho conservato la fede” (2Timoteo 4:6, 7).

La vita umana è inviolabile, perché creata e donata da Dio, nonché plasmata a Sua immagine, a meno che sia Dio stesso a porvi fine con la morte naturale.Torna all'indice

SI PUÒ DESIDERARE LA MORTE?

Nella Scrittura alcuni uomini di Dio hanno chiesto al Signore di morire. Uno di questi è Giobbe. Si tratta di una preghiera frutto della disperazione. Giobbe è angosciato e desidera la morte perché neanche i suoi intimi amici lo comprendono, anzi lo giudicano, attribuendogli la sofferenza come conseguenza del suo peccato. Egli non sa rispondere a tanti interrogativi, ma gli sembra ingiusto il duro giudizio dei suoi amici ed esprime tutta la sua amarezza desiderando che Dio lo schiacci e tagli il “filo dei suoi giorni” (Giobbe 6:9).

         La disperazione e l’angoscia spesso conducono ad elevare a Dio delle richieste avventate. Disperazione e preghiera non possono andare insieme. L’una annulla completamente l’altra. La disperazione è mancanza di speranza e di fede, mentre la preghiera si fonda proprio sulla fede e sulla speranza. Questa richiesta di Giobbe è inoltre temeraria. Se è umanamente comprensibile, appare però in antitesi con la sua professione di fede in Dio. Quando tutte quelle tremende sventure gli erano cadute addosso, egli aveva avuto ancora la forza di dire: “Il Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il nome del Signore” (Giobbe 1:21).

         Quando fu colpito da un’ulcera maligna, egli ebbe la forza di dire a sua moglie che lo spingeva a ribellarsi a Dio: “Tu parli da donna insensata! Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo di accettare il male?” (Giobbe 2:10).

Il giudizio e l’incomprensione degli amici lo gettano, invece, nella più profonda disperazione. Certamente le prove materiali e fisiche sono più sopportabili di quelle morali, ma “l’argilla dirà forse a colui che la forma: “Che fai?” (Isaia 45:9).

La preghiera innalzata a Dio perché ponga fine ai nostri giorni, non è una vera preghiera, è una richiesta temeraria e senza alcuna fede, in quanto l’uomo vuole modificare il programma divino ed amministrarlo secondo la propria volontà.

         Giobbe vuole morire perché ritiene che Dio non difenda la sua causa. Allora se Dio non lo ascolta come può pensare che Egli esaudisca la sua preghiera? Possiamo anche comprendere la sua angoscia, ma la consideriamo eccessiva, perché considera l’opinione ed il giudizio umano così importante da essere un valido motivo per lasciare questa terra.

         Dio sia ringraziato, perché non risponde a richieste “miopi”, disperate ed angosciose, ma continua ad attuare il Suo meraviglioso piano per la nostra vita. Egli potrebbe giudicarci per la nostra protervia, ma “conosce la nostra natura; egli si ricorda che siamo polvere” e paternamente perdona le nostre intemperanze. Queste richieste disperate sono pur sempre uno stolto tentativo che compiamo con lo scopo inconfessato di riprendere la gestione della nostra vita, che invece abbiamo affidato alla Sua saggia ed eterna amministrazione.

Condividiamo le seguenti affermazioni:

Ø        “Ciascuno è responsabile della propria vita davanti a Dio che gliel’ha donata. È lui che ne rimane il sovrano Padrone. Noi siamo tenuti a riceverla con riconoscenza e a preservarla per il suo onore e per la salvezza delle nostre anime. Siamo gli amministratori, non i proprietari della vita che Dio ci ha affidato”..

Ø        “Il suicidio contraddice la naturale inclinazione dell’essere umano a conservare e a perpetuare la propria vita. Esso è gravemente contrario al giusto amore di sé. Al tempo stesso è un’offesa all’amore del prossimo, perché spezza ingiustamente i legami di solidarietà con la società familiare, nazionale e umana, nei confronti delle quali abbiamo degli obblighi. Il suicidio è contrario all’amore del Dio vivente.

Ø        “Se è commesso con l’intenzione che serva da esempio, soprattutto per i giovani, il suicidio si carica anche della gravità dello scandalo. La cooperazione volontaria al suicidio è contraria alla legge morale”.Torna all'indice

DESIDERARE LA…VITA.

Bonhoeffer fu non solo il primo a porsi il problema concreto della divinità nell'era contemporanea, ma fu anche il primo a trattare del significato del suicidio nell’era della secolarizzazione. “Il suicidio è colpevole unicamente dinanzi a Dio, Creatore e Signore della vita. C'è un Dio, che è il Dio vivente, perciò il suicidio va condannato in quanto peccato d'incredulità. L'incredulità fa sì che l'uomo cerchi di giustificare se stesso e ricorra al suicidio come ultima possibilità di autogiustificazione, perché non crede alla giustificazione divina. “Il diritto al suicidio svanisce soltanto alla presenza del Dio vivente”. Queste ultime parole sono state scritte in carcere da un teologo luterano che sentiva forse la tentazione del suicidio, ma che seppe respingerla con la forza della sua fede.

Desiderare la morte è innaturale ed è un’aberrazione. L’uomo ha in sé l’istinto di conservazione, è stato creato per la vita. I cristiani amano la vita, perché ritengono che sia un’occasione per servire Dio. Non hanno una visione pessimistica dell’esistenza terrena, anche se desiderano l’eternità come traguardo supremo di ininterrotta comunione con Dio. L’apostolo Paolo, nonostante le grandi difficoltà che aveva incontrato nella sua esistenza di credente, afferma: “Se il vivere nella carne porta frutto all’opera mia, non saprei che cosa preferire. Sono stretto da due lati: da una parte ho il desiderio di partire e di essere con Cristo, perché è molto meglio; ma dall’altra, il mio rimanere nel corpo è più necessario per voi” (Filippesi 1:22,23). Quanto è diversa quest’espressione dalla disperata preghiera di voler morire. Il credente non è attaccato alla terra, desidera la gloria del cielo, non nutre una visione oscura e pessimistica della vita e della morte: “La morte è stata sommersa nella vittoria. O morte, dov’è la tua vittoria? O morte, dov’è il tuo dardo?” (1Corinzi 15:54,55).

         Il saggio Salomone, durante il suo sviamento, è preso da un funesto pessimismo e giunge ad affermare: “Io ho odiato la vita” (Ecclesiaste 2:17). Mentre la promessa di Dio a chi pone la fiducia in Lui è: “Poiché egli ha posto in me il suo affetto, io lo salverò; lo proteggerò, perché conosce il mio nome. Egli mi invocherà e io gli risponderò; sarò con lui nei momenti difficili; io lo libererò, e lo glorificherò. Lo sazierò di lunga vita e gli farò vedere la mia salvezza” (Salmo 91:14-16). Sotto il profilo biblico solo il Signore può disporre della vita che egli stesso ha creato e nessun uomo, per nessuna ragione, può in alcun modo avere il diritto di abbreviare la sua esistenza terrena. Nella vita quotidiana possono presentarsi casi limite di diverso genere, ma in nessuno di questi potrà legittimarsi biblicamente la deliberata eliminazione di una vita creata ad immagine e somiglianza di Dio.Torna all'indice

IL SUICIDIO E L'ETERNITÀ

Qualcuno potrebbe affermare che il suicidio pone fine ai disagi, alle difficoltà, alle frustrazioni che hanno spinto la persona a togliersi la vita. Poniamoci questa domanda: “Se dopo questa vita c’è un’altra vita che l’uomo vivrà con Dio o lontano da Dio, dove vivrà l’eternità il suicida?”

        Gesù un giorno alzò il velo sulla realtà dell’eternità. Quella che stiamo leggendo non è una parabola ma un racconto reale che parla dell’aldilà prima della morte di Cristo: «C'era un uomo ricco, che si vestiva di porpora e di bisso, e ogni giorno si divertiva splendidamente; e c'era un mendicante, chiamato Lazzaro, che stava alla porta di lui, pieno di ulceri e bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; e perfino i cani venivano a leccargli le ulceri. Avvenne che il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abraamo; morì anche il ricco, e fu sepolto. E nel soggiorno dei morti, essendo nei tormenti, alzò gli occhi e vide da lontano Abraamo, e Lazzaro nel suo seno; ed esclamò: “Padre Abraamo, abbi pietà di me, e manda Lazzaro a intingere la punta del dito nell'acqua per rinfrescarmi la lingua, perché sono tormentato in questa fiamma”. Ma Abraamo disse: “Figlio, ricòrdati che tu nella tua vita hai ricevuto i tuoi beni e che Lazzaro similmente ricevette i mali; ma ora qui egli è consolato, e tu sei tormentato. Oltre a tutto questo, fra noi e voi è posta una grande voragine, perché quelli che vorrebbero passare di qui a voi non possano, né di la si passi da noi”. Ed egli disse: “Ti prego, dunque, o padre, che tu lo mandi a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli, affinché attesti loro queste cose, e non vengano anche loro in questo luogo di tormento”. Abraamo disse: “Hanno Mosè e i profeti; ascoltino quelli”. Ed egli: “No, padre Abraamo; ma se qualcuno dai morti va a loro, si ravvedranno”.Abraamo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i profeti, non si lasceranno persuadere neppure se uno dei morti risuscita”» (Luca 16:19-31).

        Si evince che il destino del suicida risulta essere un’eternità separata da Dio. Chi dunque pone fine alla sua vita suicidandosi, non potrà mai più risolvere il suo eterno problema di vita separata PER SEMPRE dal Signore. Conviene dunque vivere e vivere per Cristo: “Infatti per me il vivere è Cristo e il morire guadagno. Ma se il vivere nella carne porta frutto all'opera mia, non saprei che cosa preferire. Sono stretto da due lati: da una parte ho il desiderio di partire e di essere con Cristo, perché è molto meglio; ma, dall'altra, il mio rimanere nel corpo è più necessario per voi. Ho questa ferma fiducia: che rimarrò e starò con tutti voi per il vostro progresso e per la vostra gioia nella fede, affinché, a motivo del mio ritorno in mezzo a voi, abbondi il vostro vanto in Cristo Gesù” (Filippesi 1:21-26).

        Com’è bello per un credente poter dire con piena certezza di fede: “Nessuno di noi infatti vive per sé stesso, e nessuno muore per sé stesso; perché, se viviamo, viviamo per il Signore; e se moriamo, moriamo per il Signore. Sia dunque che viviamo o che moriamo, siamo del Signore. Poiché a questo fine Cristo è morto ed è tornato in vita: per essere il Signore sia dei morti sia dei viventi” (Romani 14:7-9). Torna all'indice

CONCLUSIONE.

Da queste considerazioni nasce una riflessione sul valore unico della persona e dell’opera di Cristo nella prospettiva di preparare un sereno incontro con la morte. Nell’ambito cristiano è prevalso un giudizio negativo nei confronti del suicidio. Esso si fonda sulla Bibbia e si riassume nell’affermazione che Dio solo è l’unico che dà la vita e la può togliere. L’uomo non può sostituirsi a Dio e togliersi la vita. Chi lo fa si rende colpevole di un peccato eterno perché eterna sarà la sua separazione da Dio senza più la possibilità di riparare alla “follia” commessa. Colui che è “nato di nuovo” per l’intervento dello Spirito Santo nella sua vita può affermare: “Io ti celebrerò, perché sono stato fatto in modo stupendo. Meravigliose sono le tue opere, e l'anima mia lo sa molto bene” (Salmi 139:14).Torna all'indice


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