Cristiani Evangelici di Fede Pentecostale

Divorzio 3

1. Medico, nel quale affrontare il malessere (anche fisico) che la coppia separata deve affrontare;

2. Spirituale, presentando il consiglio della parola di Dio;

3. Esegetico biblico.

COSA INSEGNA IL NUOVO TESTAMENTO?

    Dal momento che si sta verificando un aumento terrificante di famiglie separate, sia cristiane che non cristiane, sembra opportuno chiedersi cosa dice la Bibbia a proposito di tale situazione. Questo bisogno è affiancato dalla confusione nelle menti di coloro che hanno consultato la Parola di Dio senza trovare una risposta chiara sulla validità del divorzio e del rimatrimonio.

    Può l'adulterio dissolvere il legame del matrimonio? Il coniuge "innocente" è libero di risposarsi? Qual'è il significato delle parole: "salvo che per motivo di fornicazione"? Come si può determinare se questa così chiamata "eccezione" è applicabile al proprio caso?

    Dà la Bibbia una risposta chiara a questa domanda? Dal momento che si tratta di una questione seria e importante per una società civilizzata, siamo portati a credere che Dio abbia detto qualcosa di ben chiaro e determinante a riguardo. Egli lo ha fatto per mezzo di Suo Figlio, il Signore Gesù Cristo.

    L'insegnamento del Signore Gesù Cristo sul soggetto del divorzio e del rimatrimonio ci viene riferito da quattro testimoni: Matteo, Marco e Luca, quali reporters delle Sue parole; e da Paolo che ci comunica quello che il Signore gli ha rivelato.
Marco dice: "Ed Egli disse loro: Chiunque manda via sua moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio verso di lei; e se la moglie, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio" (Marco 10:11,12).

    Luca dice: "Chiunque manda via la moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio; e chiunque sposa una donna mandata via dal marito, commette adulterio" (Luca 16:18). 

    L'insegnamento di Paolo, apostolo "non dagli uomini né per mezzo d'alcun uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che l'ha risuscitato dai morti" e che dichiara: "...l'Evangelo da me annunziato non è secondo l'uomo; poiché io stesso non l'ho ricevuto né l'ho imparato da alcun uomo, ma l'ho ricevuto per rivelazione di Gesù Cristo", si trova in Romani 7:2,3 e in 1Corinzi 7:39 (vedi anche i versi 10 e 11):

- "La donna sposata è legata per legge al marito mentre egli vive; ma se il marito muore, è sciolta dalla legge che la lega al marito. Perciò se lei diventa moglie di un altro uomo mentre il marito vive, sarà chiamata adultera; ma se il marito muore, ella è libera da quella legge; per cui non è adultera se diventa moglie di un altro uomo".

- "La moglie è vincolata per tutto il tempo che vive suo marito; ma, se il marito muore, ella è libera di sposarsi con chi vuole, purché lo faccia nel Signore".

    Questi tre testimoni sono in completo accordo: solo la morte rompe il legame del matrimonio, permettendo al coniuge ancora in vita di risposarsi. Secondo questi non c'è divorzio alcuno, in assoluto, che permetta il rimatrimonio. Forse la separazione, ma non il rimatrimonio: il legame matrimoniale è indissolubile, eccetto che per caso di morte.

    Uno dei testimoni però, Matteo, in due passi della Scrittura, riporta le parole di Gesù con delle aggiunte che sono interpretate come tendenti a favorire il divorzio e il rimatrimonio quando uno dei coniugi è stato infedele al voto matrimoniale. I passi sono i seguenti:

    - "Fu detto: "Chiunque ripudia sua moglie le dia l'atto di ripudio". Ma io vi dico: chiunque manda via sua moglie, salvo che per motivo di fornicazione, la fa diventare adultera e chiunque sposa colei che è mandata via commette adulterio" (Matteo 5:31,32).

- "Ma io vi dico che chiunque manda via sua moglie, quando non sia per motivo di fornicazione, e ne sposa un'altra, commette adulterio" (Matteo 19:19).

    Un'interpretazione popolare di questi due passi sostiene che l'uomo in considerazione, la cui moglie è colpevole (di fornicazione), può divorziare da lei e risposarsi. È permissibile. Secondo Marco 10:11,12, una donna il cui marito è colpevole può fare lo stesso. Tutto qui. Un uomo o una donna, che si rende conto dell'infedeltà del proprio coniuge, fa semplicemente richiesta di divorzio e si trova un altro partner. Ma non dobbiamo chiudere gli occhi al fatto che essendo la natura umana ciò che è, potrebbe verificarsi il caso di un individuo che viene a trovarsi spinto verso l'orizzonte prima ancora che sia stata "trovata" la ragione del divorzio. Il grado di certezza sulla quale si fonda l'accusa di fornicazione varia grandemente e in molti casi dipende dai sentimenti della persona risentita, i quali non possono costituire una prova pratica.

    Quest'interpretazione delle parole di Matteo annulla le dichiarazioni di Marco, Luca e Paolo, che non presentano eccezione alcuna in base alla quale il marito o la moglie possa divorziare e risposarsi. Paolo dice semplicemente che solo la morte di uno dei due rende l'altro libero. Quando consideriamo più da vicino i passi di Matteo, scopriamo una situazione completamente diversa da quella comunemente accettata, così diametralmente opposta che ci sembra impossibile l'averne frainteso il significato in un primo tempo.

    In Matteo 5:32 Gesù sta dicendo che se un uomo manda via sua moglie la espone alla tentazione di un secondo matrimonio e in altre parole "la fa essere adultera". Anche se Mosè permise di mandar via la moglie scrivendole l'atto di divorzio, tuttavia è sbagliato farlo.

    Se comunque si manda via la moglie per motivo di fornicazione, ciò che è stato detto dell'azione dell'uomo, che la fa essere adultera, non è vero. Egli non fa sì che sua moglie commetta adulterio mandandola via, se la ragione per il divorzio è la sua fornicazione. Perché non commette adulterio in questo caso? Perché il divorzio è fondato sul fatto che ella abbia già commesso adulterio (fornicazione è intesa generalmente come adulterio).

    In nessuno dei due casi vi è il pur minimo riferimento ad un eventuale secondo matrimonio. L'intera situazione gravita intorno al divorzio della donna. È stato per proteggerla dalla degradazione e dal sacrilegio dell'adulterio che Gesù ha condannato tanto duramente la rilassatezza del sistema di divorzio in quel tempo. Egli si riferì alla sua generazione definendola "adultera e malvagia", considerando senza dubbio le pratiche della vita sociale di quella gente.

    Per l'uomo, la cui moglie è infedele, non vi è garanzia alcuna nell'usare questo brano per giustificare un suo secondo matrimonio. Questo soggetto è ripreso nel capitolo 19, verso 9.

    Qui è considerato il secondo matrimonio del marito. Gesù dichiara inequivocabilmente: il marito che divorzia da sua moglie e ne prende un'altra, commette adulterio, a meno che non si tratti di fornicazione (adulterio), nel cui caso il suo rimatrimonio non sarebbe adulterio. Se il verso terminasse qui, questa sarebbe la conclusione logica, ma quando leggiamo attentamente la seconda parte del verso e prestiamo attenzione al suo contenuto, scopriamo che fa naufragare ogni speranza di risposarsi durante la vita del coniuge infedele, sia per la moglie innocente (primo caso considerato) che per il marito innocente (nel caso "salvo che per ragione di fornicazione").

    Notiamo che l'adulterio del marito, nel risposarsi dopo aver divorziato da una moglie innocente non dissolve il primo matrimonio né permette alla moglie innocente di maritarsi di nuovo. Chiunque sposi questa donna, divorziata così erroneamente, commette adulterio: il primo matrimonio rimane (non essendo stato annullato dall'adulterio del marito) e sarà valido fino alla morte di uno dei due coniugi. Alla luce di Marco 10:12 (dove la moglie ripudia il marito e si dà ad un altro) il marito innocente, la cui moglie dopo aver divorziato da lui si risposa, lo stesso non è libero di prendere un'altra moglie mentre la sua, pur infedele, è ancora in vita: egli rimane legato a lei, finché la morte non sciogli questo legame. La moglie innocente dalla quale il marito divorzia e il marito innocente lasciato dalla moglie, sono entrambi legati ai loro coniugi, il cui adulterio, con una seconda moglie o un secondo marito, non dissolve la prima unione che rimane valida.

    Secondo questa rivelazione del Signore Gesù Cristo, cioè che l'adulterio non libera un uomo o una donna dalla moglie o dal marito, è evidente che l'uomo (o la donna) considerato in Matteo 19:9, che ha una compagna colpevole di fornicazione, non può sposarsi di nuovo. Questa posizione non sembra essere sostenuta dalla prima parte del verso, ma è certamente alla base della logica dell'intero concetto.
Solo la morte rompe il legame. Questa è la posizione di Marco, Luca e Paolo. Anche Matteo è in perfetto accordo.

    In altre parole: se un marito innocente (facente parte alla categoria "salvo che" di Matteo 19:9) divorzia da sua moglie "per fornicazione" (intesa come adulterio) ed è libero di sposarsi ancora (poiché l'adulterio ha dissolto il matrimonio), perché la moglie innocente, il cui marito (non facente parte del gruppo "salvo che") divorzia da lei e commette adulterio sposando un'altra donna, non può divenire moglie di un altro? Questa sarebbe discriminazione nei confronti della moglie innocente. Abbiamo un doppio termine di paragone: un uomo con una moglie infedele può divorziare da lei e risposarsi, una donna con un marito infedele (che risposandosi si è reso colpevole di adulterio) non può farlo. Un marito innocente può risposarsi, una moglie innocente non può. Come avrebbe potuto il Creatore, che li ha fatti "maschio e femmina", stabilire un sistema talmente ingiusto e iniquo? Che questo provenga da Colui che è infinitamente retto e giusto, è inconcepibile! E anche, è nell'interesse della lotta della donna indifesa che Gesù dichiara "con autorità" il piano divino in contrasto al degenerato sistema mosaico.

    Non è evidente che da qualsiasi punto di vista ci avviciniamo alla testimonianza di Marco, Luca e Paolo, questa sia una? Non c'è eccezione che renda il divorzio e il rimatrimonio scritturale, se il coniuge ha commesso adulterio. "Finché la morte vi separi" è più che la semplice formula della cerimonia matrimoniale: è la verità di Dio.
NESSUN DIVORZIO IN ASSOLUTO! Questa è la dichiarazione della Scrittura. La separazione può anche essere necessaria, anche la privazione reciproca, ma lo scioglimento del legame matrimoniale per permettere un altro matrimonio si ottiene solo con la morte di uno dei due coniugi.

    Ci sono alcuni aspetti di quest'argomento che non sono stati esaminati nel breve studio appena fatto; il seguente materiale è dato per coloro che sono interessati ad un'analisi più esauriente. Alcune ripetizioni sono inevitabili per ottenere uno sviluppo più completo.

    Prima c'è l'interrogativo del significato "fornicazione". È questa parola sinonimo d'adulterio? I commentatori e i lessicologi sono concordi nell'accettarlo come tale. Il lessico di Souter spiega la "fornicazione" come la "pratica di accompagnarsi con prostitute...immoralità abituale". Il vocabolario del Nuovo Testamento greco di Moulton e Milligan dichiara che il termine "originalmente significava prostituzione, fornicazione, ma è entrato nell'uso per indicare i rapporti sessuali illegali in genere". Il lessico del Nuovo Testamento in greco e in inglese di Arndt e Gingrich dice: "Prostituzione, lascivia, fornicazione o qualsiasi tipo d'illecito rapporto sessuale". Il lessico del Nuovo Testamento in greco e in inglese di Thayer definisce: "prostituzione, illeciti rapporti sessuali in genere...pratica di adulterio (Matteo 5:32; 19:9)". 

    L'Expositor Greek Testament afferma che l'opinione dominante antica e moderna è che "fornicazione" qui stia ad intendere adulterio.

    Sembra comunque che nel Nuovo Testamento vi sia distinzione tra le due parole, come dimostrano i versi che seguono in Matteo 15:19; Marco 7:21; Giovanni 8:41 (al di fuori del vincolo matrimoniale); 1Corinzi 6:9,10; Galati 5:9; Ebrei 13:4. Sussiste questa difficoltà nell'intendere "fornicazione" come "adulterio". Per un giudeo non c'era nessun divorzio per adulterio: la punizione era la morte e quindi, sotto la legge, era praticamente impossibile sposare una donna divorziata. Come si può pensare che Gesù avrebbe rischiato di essere ridicolizzato dai Suoi astuti nemici assumendo una posizione talmente impossibile per quel che concerneva la legge mosaica e in risposta alla loro domanda su come Mosè affrontava questo problema del divorzio?
Se la fornicazione è intesa nel suo senso limite come peccato pre-maritale e la moglie è inquadrata come in Matteo capitolo primo, dove è applicata a Maria fidanzata a Giuseppe; la donna, allora, non commette adulterio se sposa un altro uomo dopo aver divorziato, dal momento che il suo matrimonio non era ancora completo. L'uomo è ora libero di prendere una donna senza macchia. Gesù condanna tutti i divorzi eccetto in questo senso, puramente giudaico, di mandare via una moglie fidanzata prima che il matrimonio fosse consumato. Giuseppe, timorato da Dio, non aveva nessuna compunzione nel mandare via la sua promessa sposa (chiamata "moglie" dall'angelo) ed è questa la situazione che Gesù ha in mente quando aggiunge quella frase "tranne che a motivo di fornicazione". Questo sarebbe l'argomento inerente al senso limitato di fornicazione. In questo caso la donna alla quale si fa riferimento nella seconda parte di Matteo 5:32 deve essere limitata alla moglie innocente divorziata non "per fornicazione" (e quindi una moglie vivente con suo marito). La moglie divorziata per "fornicazione" non è ancora sposata e quindi non commette "adulterio" consumando il matrimonio con un altro uomo.

    Solo Matteo (scritto specialmente per i lettori giudei) riporta queste parole riguardanti la fornicazione, dal momento che sarebbero pertinenti solo a un giudeo coinvolto in fidanzamenti di questo tipo. Gli altri scrittori non hanno bisogno di menzionare qualcosa che non ha riscontro nei costumi sociali dei loro (presunti) lettori gentili.

    In quest'interpretazione dello stesso verso la parola "moglie" deve essere considerata in due modi: primo, come moglie e forzata all'adulterio per mezzo di un divorzio ingiustificato e del conseguente secondo matrimonio (questo è il caso considerato a parte dalla "eccezione" per fornicazione); secondo, come semplice fidanzata e quindi non ancora convivente con quello che sarà suo marito, ma già considerata "moglie" secondo la concezione giudaica.

    Adesso segue la così chiamata "eccezione" del vangelo di Matteo. Questa contravviene completamente all'insegnamento di Gesù riferitoci da Marco e Luca e a ciò che l'apostolo Paolo crede essere l'insegnamento del suo Maestro. Per comprendere la gravità di questo problema, dobbiamo guardarlo da vicino. Matteo non aggiunge semplicemente qualcosa a quello che gli altri hanno detto, modificando e correggendo la loro testimonianza, ma piuttosto se quello che dice è inteso come un'eccezione alla regola generale, distrugge le dichiarazioni degli altri. Se le parole di Matteo permettono il rimatrimonio in alcuni casi, allora c'è una qualcosa, chiamata "divorzio" in senso assoluto e ciò che dicono Marco, Luca e Paolo non è vero. Se nella nostra interpretazione di questi versi di Matteo concludiamo che il divorzio e il rimatrimonio sono concessi alla così definita persona "innocente", allora non è vero che solo la morte scioglie il legame matrimoniale come Paolo sostiene. Alcuni considerano le parole di Paolo semplicemente come un'illustrazione del rapporto tra Cristo e il credente, concludendo che non devono essere intese letteralmente. È strano che uno scrittore e un pensatore tanto logico e preciso usi come illustrazione una situazione che non ha riscontro nella maggior parte delle nazioni!
Se la relazione matrimoniale di un uomo e una donna può essere annullata da qualcosa che non sia la morte e si può avere un altro marito o un'altra moglie senza essere chiamato adultero o adultera, allora l'illustrazione viene meno dal momento che si cerca di dimostrare come solo la morte rende possibile la nuova relazione con Cristo.

    Escludendo quest'unico modo per mezzo del quale una donna può avere un altro marito, si viene ad escludere la relazione spirituale che è stata illustrata possibile solo per mezzo della morte. Se ci fosse una sola possibilità per un secondo matrimonio dopo aver divorziato, Marco e Luca hanno riportato erroneamente le parole di Gesù e il Signore deve essere accusato di inconsistenza nel Suo insegnamento. Le Sue parole, secondo Matteo, potrebbero farci pensare che il Signore stia esprimendo due decisioni opposte tra loro, producendo incertezza nei confronti di un soggetto molto serio, se le consideriamo un'eccezione alla regola assoluta data dagli altri tre. Proprio questo testimonia contro quell'interpretazione che pone Cristo in questa posizione di incertezza e inconsistenza. Infatti, se interpretassimo le parole di Matteo superficialmente, secondo la nostra prima impressione, dovremmo dichiarare false le dichiarazioni degli altri tre scrittori, il che getterebbe nel dubbio la veridicità della Bibbia stessa. 

    L'adozione dell'interpretazione superficiale dei due brani di Matteo, diametralmente opposta alla posizione degli altri tre testimoni, crea un problema molto serio, ponendo nelle nostre mani un caso di palese contraddizione nella Bibbia proprio su uno dei soggetti, nei confronti del quale, sia l'individuo, sia la società, hanno un grande bisogno di guida soprannaturale. 

    Marco, Luca e Paolo dichiarano inequivocabilmente che un uomo e una donna sono uniti in matrimonio finché la morte non li separi. Sposare un altro (o un'altra) durante la vita del proprio coniuge è adulterio. Non ci sono eccezioni: un'eccezione (e oggi le eccezioni non si possono annoverare) renderebbe falsa la dichiarazione fondamentale. Dal momento che vi è una tale proliferazione di casi di divorzio e rimatrimonio sulla base della "eccezione", sarebbe stato logico se l'argomento fosse stato esposto così: "Chiunque manda via sua moglie per motivo di fornicazione (che significa adulterio) può sposarsi di nuovo, ma solo in questo caso e in nessun altro". Questo sarebbe stato chiaro e non avrebbe originato confusione alcuna. Senz'altro Dio si sarebbe espresso in questo modo, se questo fosse stato quello che intendeva dire.

    Dal momento che non si riscontra neanche la più lieve ambiguità nella parola di Marco, Luca e Paolo e non vi è nessuna difficoltà nel comprendere quello che dicono, molti studiosi credono che le parole di Matteo "quando non sia per motivo di fornicazione" siano un'interpolazione di un altro scrittore. "Poiché solo Matteo menziona l'eccezione, e tutti gli altri passi del Nuovo Testamento definiscono il matrimonio cristiano indissolubile in senso assoluto...molti dei critici più recenti, probabilmente la maggioranza di loro, ritengono che le parole "quando non sia per motivo di fornicazione" siano un'interpolazione introdotta dai cristiani di origine giudaica per modificare l'eccessiva ristrettezza dell'espressione originale e il fatto che Cristo proibiva ogni divorzio" (The One Volume Bible Commentary, Dummelow, Matteo 5:31-32). 

    Le evidenze del manoscritto sono contrarie a questo punto di vista e l'integrità del testo greco è indiscutibile per quel che concerne questa clausola "per fornicazione". 
La difficoltà o piuttosto l'impossibilità di accettare le parole di Matteo come dichiarazione di una eccezione a tutte le altre frasi di Cristo rivolte in assoluto contro il divorzio e accettare anche la testimonianza degli altri tre, serve a dimostrare che prendere una decisione di vita in base alle sole parole di Matteo, costituisce un'impresa molto rischiosa. 

    Le sue parole sembrano essere in tale disaccordo con le parole di Cristo, riportate da Marco, Luca e Paolo, che i critici più recenti per superare il punto morto, semplicemente rigettano il "quando non sia per motivo di fornicazione" di Matteo non considerandolo parte del testo originale. I credenti nell'ispirazione e nell'esattezza del Vangelo non possono trattare la Sacra narrativa sommariamente nello stesso modo, né l'autorità del manoscritto ci concede una tale e arbitraria decisione. Ma il fatto stesso che dei seri studiosi della Bibbia siano pervenuti ad una tale conclusione, senza nessun sostegno testuale di alcun tipo, ci mostra come le parole di Matteo non sono in armonia con quelle degli altri scrittori, se devono essere interpretate nel senso che permette il rimatrimonio in caso di adulterio ("fornicazione"). 

    È obbligo di coloro che accettano le parole "quando non sia per motivo di fornicazione" come parte genuina del Vangelo, esaminare le parole di Matteo e trovare una spiegazione soddisfacente, la cui testimonianza sia in perfetta armonia con le altre tre. Se questo non può essere fatto, dobbiamo allora accettare tre testimonianze contro una ed essere soddisfatti pur non comprendendo le parole di Matteo. Non possiamo porre un testimone e i soggetti della sua testimonianza ad una varietà di interpretazioni, contro tre testimoni senza ambiguità alcuna e nel più completo accordo tra loro.
Adesso diamo uno sguardo più da vicino al contesto di entrambi i brani: in che ordine sono state pronunciate queste parole polemiche? Sono parte di un quadro molto più ampio.

    Considerando per primo il capitolo 19, troviamo un gruppo di Farisei che chiedono a Gesù se è lecito mandar via, per qualunque ragione, la propria moglie. (v. 3).
Per comprendere la sottigliezza di questa domanda, dobbiamo sapere qualcosa delle vedute contemporanee sul divorzio e il rimatrimonio. Vi erano due scuole di pensiero, rappresentate da due rilevanti personalità rabbiniche. L'impopolare Shammai sosteneva che l'unico fondamento al divorzio e rimatrimonio era l'infedeltà. Hellel riteneva valida qualsiasi ragione.

    Il verso 3 dice "tentandolo" perché la domanda sembrava mirasse a mettere Gesù nell'imbarazzante posizione di adottare il punto di vista di Shammai, rigido e impopolare o ad esporlo all'accusa di rilassatezza, accettando la concezione di Hillel.
Gesù, ripudiate le due concezioni, torna direttamente alla creazione originale. Dice che Mosè permise ("sopportò", ma non "comandò") il divorzio "per soddisfare la durezza dei loro cuori", poi taglia attraverso la casistica del Suo tempo (e del nostro) e con parole di maestosa semplicità indica al fondamento dell'immutabile legge divina: "Ma da principio non era così". Si volge dalle discussioni degli uomini all'intenzione divina espressa nella creazione. In questa dichiarazione, semplice e devastante, Gesù dice: ASSOLUTAMENTE NESSUN DIVORZIO. Nel principio non era stato fatto nessun preparativo in vista del divorzio.

    In queste parole destituisce Mosè ("fu detto") e sostituisce con "Io vi dico", restaurando con queste parole di autorità, il modello divino. Forse non è corretto dire "restaurando", eccetto che nel senso di "rendere di nuovo operante", poiché le parole dichiarano chiaramente che la tolleranza di Mosè non ha cambiato neanche di uno iota la legge di Dio, che si erge contro qualsiasi tipo di divorzio. Questo fatto può non essere tanto chiaro nella nostra traduzione come lo è nel greco originale. La forma verbale "non era così" è il tempo imperfetto, più correttamente "non è stato in questo modo" (New American Standard Bible). Il tempo imperfetto qui esprimeva qualcosa esistente in uno stato di completezza. 

    Dall'inizio il piano e l'ideale di Dio, un uomo per una donna, è rimasto immutato; la concessione di Mosè non ha per niente interferito con questo stato (espresso dal tempo imperfetto). Non importa quello che l'uomo abbia fatto: il piano originale di Dio continua ad essere la legge divina immutabile. 

    Da principio non era così. Quel "non era così" indica una condizione inalterata dalle tenebre dei cuori degli uomini o dai cambiamenti delle condizioni con il passare degli anni: il tempo imperfetto si erge solido in mezzo a tali cambiamenti, inflessibile e inarrendevole, inalterato dal ripudio degli uomini. Così sussiste fino a questo giorno. Dal principio non c'è stato nessun cambiamento, "quello dunque che Dio ha unito (per mezzo di questa legge della creazione), l'uomo non separi". L'unione è immutabile e irreversibile.

    I Farisei cercarono di forzare Gesù ad allinearsi o con il Rabbi Hillel, che permetteva il divorzio in qualsiasi circostanza, o con Shammai, che lo concedeva solo in caso d'infedeltà. Gesù però non si schiera con nessuno dei due, ma ritorna alla creazione dei sessi per ritrovarvi la legge originale del matrimonio. Qui troviamo un uomo e una donna uniti indissolubilmente dal decreto creativo. La tolleranza di Mosè (v. 8) non cambia la legge immutabile di Dio sul matrimonio; Gesù indirizza l'attenzione di questi furbi Farisei verso l'origine divina e la continuità della legge che governa la relazione dei due sessi. 

    A questo punto del confronto tra la domanda e la risposta è chiaro che Gesù non si allinei né con Hillel, nè con Shammai, ma dichiari che assolutamente non c'è divorzio alcuno. Quello che Dio ha congiunto per mezzo dell'atto creativo non sia oggetto d'interferenze da parte dell'uomo con nessun tipo di divorzio. L'uomo e la donna divengono una sola carne per mezzo del matrimonio: quest'unione è immutabile.
Gli interrogatori non possono confutare questa risposta categorica: essi accettano l'interpretazione di Cristo di Genesi 1:27; 2:24 che esclude il divorzio in senso assoluto. La loro prossima domanda rivela proprio questo. Cambiano il fronte del loro attacco: "Se nello schema della creazione non è possibile nessun tipo di divorzio, perché allora Mosè ignora questa legge divina e permette (erroneamente dicono "comanda") il divorzio? Evidentemente la concessione di Mosè e la norma della creazione sono in contrasto!"

    È in connessione con quest'ultima domanda che Gesù pronuncia le parole dei versi 8 e 9. "Mosè... vi permise... ed io vi dico." Come nel capitolo 5:21-48, dove in ognuno dei confronti con le leggi di Mosè, le leggi di Cristo sono incommensurabilmente più alte, così anche qui ci aspettiamo che la risposta si elevi al di sopra degli umani termini di paragone, incluso quello di Shammai. Sarà l'espressione di Cristo "io vi dico" qualcosa in più che una semplice ripetizione dell'enunciazione del Rabbi? Non diceva la gente dei Suoi sermoni che Egli "li ammaestrava come avendo autorità"? Essi erano attoniti a causa di quest'insegnamento così diverso da quello dei Rabbini, che fondavano tutto quello che dicevano su ciò che era già stato detto. "Gesù parlava dalla Sua propria anima, con diretta intuizione della verità." Se Gesù avesse voluto semplicemente ripetere quello che la scuola di Shammai credeva, avrebbe potuto fare a meno di introdurre la Sua frase, tanto fondamentale al conflitto dell'individuo e della società, con le parole "io vi dico". Questa risposta alla seconda domanda (v. 7) deve essere originale e autoritaria come quella alla prima domanda (v. 3) e deve anche essere coerente con la prima, se questa deve essere considerata verace.

    L'interpretazione comune della risposta di Gesù, data nel cap. 19:9, non è nient'altro che il punto di vista di Shammai: il divorzio e il rimatrimonio sono concessi solo in caso di adulterio. Ma è tutto qui ciò che "io vi dico" vuole significare? Il capitolo 5:21-48 non permetterà una tale degradazione di queste parole autoritarie e maestose. Questo brano è una parte del "Sermone sul monte" nei confronti (v. 21-26; 27-30; 31-32; 33-37; 38-42; 43-48) dei quali Gesù sostiene la Sua disputa di non essere venuto per "abolire la legge od i profeti... ma per compire" (v. 17). La loro giustizia deve "superare" quella degli scribi e dei Farisei e questo non può essere fatto tramite un'osservanza meccanica, esteriore e formale della legge. Egli continua a dimostrarlo in questa serie di confronti nei quali i Suoi comandamenti vanno largamente al di là della legge Mosaica. Le parole di Cristo regolano il cuore, non semplicemente la condotta esteriore. Questa legge è adempiuta pienamente dai comandamenti di Gesù. "Io vi dico" si erge in magnificente isolamento al di sopra di tutto quello pronunciato da Shammai. Facciamo bene a prestare attenzione a questa voce: "Guardatevi di non rifiutare Colui che parla dal cielo" (Ebrei 10:28-31; 12:25).
È evidente che "io vi dico" innalza quello che il Grande Maestro ("un maestro venuto da Dio" secondo Nicodemo) ha da dire, al di sopra delle norme accettate da una "generazione malvagia e perversa".

    Se queste semplici parole non significassero nient'altro che "io sono d'accordo con il Rabbi Shammai", la seconda risposta sarebbe in contraddizione con la prima che ripudia chiaramente qualsiasi divorzio e rimatrimonio. Se così non fosse, i Farisei non avrebbero chiesto una spiegazione dell'azione di Mosè che permetteva un divorzio contrario al piano originale di Dio. Essi sono incapaci di comprendere la logica acuta della risposta di Gesù alla loro prima domanda, ma cercano di smussarne la forza introducendo la concessione di Mosè che permetteva di fare quello che Dio aveva comandato di non fare: "mandar via la propria moglie". Possiamo immaginare che la seconda risposta sia una rivelazione della volontà divina minore della prima? Potrebbe Colui le cui parole non sono Sue ma del Padre, distruggere nella seconda risposta ciò che ha asserito incontrovertibilmente nella prima?
Così abbiamo altre valide ragioni per accettare quello che è stato già detto. Nel caso di divorzio non può esserci un secondo matrimonio durante la vita del coniuge infedele.
I quattro testimoni, Matteo, Marco, Luca e Paolo sono in perfetto accordo tra loro. Le due risposte di Gesù (Matteo 19:6 e 9) sono in perfetto accordo l'una con l'altra.
Matteo non sta intercalando un elemento estraneo nella testimonianza uniforme degli altri tre.

    Andando avanti, ci sono delle incertezze connesse con l'interpretazione di questi due versi in Matteo che rendono il matrimonio, fondato su un'interpretazione unilaterale di questi soltanto, un'impresa eccessivamente azzardata e rischiosa.
La varietà di espressione di questi versi dimostra come essi siano stati nei secoli occasione di perplessità nelle menti dei copisti dei manoscritti biblici. La seconda edizione del Nuovo Testamento Greco della United Bible Societies, nel testo di Matteo 19:9 traduce: "Eccetto che per fornicazione e ne sposa un'altra commette adulterio."
Quest'interpretazione è classificata "B", dal momento che c'è "qualche grado di dubbio" a proposito del suo "grado di certezza".

    Le altre traduzioni, considerando le differenze, per quanto concerne il significato, tra il testo e i riferimenti riportati a fine pagina, possono essere raggruppate nelle seguenti classi:

(1) Una dichiara che il rimatrimonio dell'uomo fa sì che la moglie divorziata commetta adulterio. Non ha niente da dire dell'azione susseguente. È semplicemente una ripetizione del cap. 5 verso 32.

(2) Un'altra non ha la clausola "fornicazione", che è in accordo con Marco 11:11.

(3) In un'altra troviamo inclusi sia "e ne sposi un'altra" omesso nel numero 1 sopra, sia "tranne che in caso di fornicazione" omesso nel numero 2.

(4) L'altra variazione nel leggere è l'inclusione delle parole: "E chiunque sposa una donna mandata via dal marito, commette adulterio". Se questa seconda parte del nono verso del cap. 19 fosse omessa, sarebbe allora rimossa la confusione causata, permettendo al marito innocente, descritto nella prima parte del verso, di risposarsi dopo avere divorziato da una moglie adultera, mentre non si permette alla moglie innocente, nella seconda parte del verso, di fare lo stesso. La confusione è il risultato dell'interpretare "fornicazione" come "adulterio". La confusione scompare nel momento in cui il termine fornicazione è considerato nel suo significato più ristretto. Evidentemente alcuni copisti, consci delle difficoltà inerenti questo verso, si sono permessi di apportare cambiamenti armonizzanti e omissioni.

    I manoscritti, i lezionari, varie versioni e i Padri della Chiesa esibiscono questa varietà di interpretazioni. Essendoci una certa incertezza nelle menti degli editori del Nuovo Testamento Greco, della United Bible Societies, concernente l'interpretazione usata nel testo, e poiché "l'interpretazione superiore" che rappresenta l'autentica, può essere trovata in una delle varianti, è a dir poco avventato fissare il destino eterno di un individuo su questa traduzione "B" con il suo grado di incertezza.
L'interpretazione del verso nove del cap. 19 deve allora includere le possibilità di tutte queste varianti. Questo è stato fatto nella prima parte di questo studio.
Passando dai contenuti testuali a quelli linguistici, scopriamo contraddittoria la versione della seconda parte di entrambi i versi (5:32 e 19:9). Tutto dipende dalla traduzione di una forma di principio senza l'articolo determinativo. Letteralmente la proposizione dice: "E chiunque sposa una donna divorziata, (una donna sciolta dal legame) commette adulterio". Il punto cruciale dell'interpretazione e della traduzione è la parola "apolelymenen", un participio passato di "lyo", mollare-sciogliere. Il problema è questo: dobbiamo tradurre questa parola mantenendoci strettamente alla grammatica o possiamo permettere al contesto di adombrarne il senso letterale e adottare una traduzione che la grammatica stessa non richiede? Nel senso grammaticale rigido la traduzione dovrebbe essere: "E chiunque una donna sciolta (una donna divorziata, per esempio, qualsiasi donna divorziata) sposa, commette adulterio".

    Dal momento che il participio in greco non è accompagnato da un articolo determinativo, si affianca con uno indeterminativo. La parola non può essere tradotta "la donna divorziata" identificando questa donna con quella divorziata illegalmente di cui parla la prima parte del verso. Deve essere intesa in senso generale, qualsiasi donna divorziata. Alford (The Greek New Testament) non è d'accordo e lo considera un predicato relativo a quel "lei" della prima parte del verso e tradotto "lei, quando divorziata", essendo questa "lei" la moglie innocente. 

    Meyer (Commentary on the New Testament) è del parere che questa "sciolta" si riferisca solo alla moglie divorziata illegalmente. Egli dice: "Una donna sciolta" non è qualificata (dall'articolo determinativo), perchè la pena di morte era abbinata all'adulterio e conseguentemente sotto la legge era impossibile che qualcuno potesse sposare una donna divorziata per adulterio. Ma Weiss nella sua revisione dell'opera di Meyer nega la validità di quest'interpretazione. 

    "The Pulpit Commentary", sul capitolo 19:9, dice: "Alford traduce "lei, quando divorziata" e riduce quest'applicazione a una donna divorziata illegalmente, non estendendola ad una separata per fornicazione. Ma il linguaggio è troppo indefinito per accettare quest'interpretazione come certa. La clausola, considerata senza riguardo alle conclusioni anticipate, contiene per certo un'argomentazione a favore dell'indissolubilità del legame matrimoniale, come abbiamo detto prima. Il matrimonio con una donna divorziata può essere giustamente definito adulterio solo in considerazione della continuità del vincolo (legame)." 
Secondo questo punto di vista la divorziata della seconda parte del verso può essere stata divorziata per fornicazione o può essere una moglie innocente divorziata per qualche altra ragione.

    Con l'uso di altre parole greche prima del participio, Matteo avrebbe potuto identificare positivamente questa "donna sciolta" nella donna divorziata illegalmente di cui si parla nella prima parte del verso, senza lasciare incertezze. Com'è scritta, questa seconda parte del verso dichiara che sposare una donna divorziata, significa commettere adulterio.

    È una opzione tra una traduzione grammaticale o una contestuale. La grammatica è chiara, com'è stato rilevato. Sussiste però l'influenza del contesto. 
"The Pulpit Commentary" ha un commento sul verso 32 del cap. 5 che delimita distintamente, se non contraddice, quello che dice sul 19:9 (citato sopra). Sul 19:9 la conclusione era che il linguaggio è troppo incerto per rendere l'interpretazione applicabile solo alla moglie divorziata illegalmente. Ma a proposito del 5:32 troviamo questo: "Lei che è divorziata, sotto queste condizioni sbagliate...anche se "lei" non è espresso. Quest'interpretazione, nonostante l'approvazione di Weiss, è certamente solo una semplice deduzione della clausola precedente."

    La stessa differenza d'opinioni trovata nei commentari si riscontra nelle versioni:

- Versione Phillips: "E chiunque sposa una donna che è stata divorziata commette anche adulterio". 

- Versione Goodspeed: "...e chiunque la sposa dopo essere stata divorziata commette adulterio". 

- Il Nuovo Testamento in inglese di Knox (una versione Cattolica Romana) dice: "...e chiunque la sposa dopo che è stata mandata via, commette adulterio". 

- La New English Bible: "...e chiunque sposa una donna così divorziata commette adulterio". 

- La Weymouth: "...e chiunque la sposa dopo essere stata così divorziata commette adulterio". 

- La Williams e la Twentieth Century sono simili.

- La Moffatt: "...chiunque sposa una donna divorziata commette adulterio". 

- La New American Standard Bible: "...chiunque sposa una donna divorziata commette adulterio". 

- La Berkeley Version (solo il 5:32, omettendo l'ultima clausola del 19:9) traduce: "...chiunque sposa una donna divorziata commette adulterio". 

    La Revised Standard Version: "...chiunque sposa una donna divorziata commette adulterio". 

- La Rotherham: "...una donna divorziata".

- Il Nuovo Testamento Interlineare in greco e inglese di Marshall su Matteo 5:32 porta: "...una rigettata". 

- La versione francese di Louis Second si esprime: "...e colui che sposa una donna ripudiata commette adulterio" (una articolo indeterminativo). 
Tutte queste versioni traducono quello che il testo grammaticale dice, senza permettere insinuazioni da parte della questione d'interpretazione. Il non uso dell'articolo determinativo prima del participio impedisce che la parola "sciolta" venga applicata solo in riferimento alla moglie innocente, ma la estende anche alla moglie colpevole.

    Sia gli interpreti, sia i traduttori riscontrano in questa parola "sciolta" un problema esegetico incapace di una soluzione soddisfacente per tutti. Da un punto di vista strettamente oggettivo si potrebbe accettare l'interpretazione che ha il sostegno della grammatica e l'idioma "una divorziata", includendo tutte le classi di divorziate. L'altra traduzione, sottoposta al contesto, dipende dalle sensazioni dell'interprete ed è dettata dall'elemento soggettivo: in questo giace la sua debolezza.
Dire che Matteo abbia riportato questo punto distrattamente, non usando le ricchezze del Greco per rendere chiaro questo soggetto dal quale dipende il destino delle anime, significa minacciare l'ispirazione degli scritti sacri. Certamente lo Spirito Ispiratore, a proposito di un argomento così rilevante, guiderebbe lo scrittore a riportare quello che Gesù ha detto, in modo veritiero e senza ambiguità! Così ha fatto e il linguaggio è chiaro e dice: "Chiunque sposa una donna divorziata (nel senso più generale) commette adulterio". Non c'è nessun dubbio su quello che il linguaggio dice. Il participio greco indica semplicemente e fondamentalmente una donna divorziata, qualsiasi donna divorziata. Se intende qualcos'altro, il significato allora deve essere stato tratto dalla inter-relazione di questo participio con le altre parole del contesto, coinvolgendo processi di pensiero, introducendo così l'elemento soggettivo nella traduzione finale. Il senso semplice e basilare si regge da sé.

    Non sembra piuttosto pericoloso esporre al rischio, il destino eterno di un individuo per una parola di due lettere (l'articolo determinativo "la") che Matteo avrebbe potuto usare con facilità, ma non lo ha fatto? Certamente a proposito di un argomento di tale importanza, lo Spirito lo avrebbe guidato a riportare le parole di Gesù con una chiarezza speciale, poiché sulla corretta comprensione di questo è imperniata tutta l'eternità degli individui coinvolti. Non è proprio questa la ragione per la quale l'articolo determinativo "la" non è usato? Se lo Spirito avesse voluto che noi sapessimo distintamente e senza incomprensione alcuna che solo il rimatrimonio della donna divorziata illecitamente è adulterio, non avrebbe usato questo semplice articolo determinativo? Matteo scrive: "Chiunque sposa colei ch'è mandata via, commette adulterio". Accettiamo queste parole semplicemente, costi quel che costi!
Se accettassimo la traduzione "lei che è stata mandata via", relativa solo alla moglie innocente, significherebbe che un marito con una moglie immorale è libero di divorziare da lei e risposarsi? Dal momento che la legge Mosaica (Levitico 20:10) puniva con la morte il peccato di adulterio, come si può pensare che Gesù si sarebbe esposto all'accusa di ignoranza dicendo ai Farisei, attaccati fanaticamente alla legge, che un uomo può divorziare da una moglie adultera e farla essere moglie di un altro? Per certo qualsiasi punto di vista adottato non apporta niente di pratico alla questione del divorzio e del rimatrimonio: l'evidenza della prima parte di questo trattato non subisce nessuna influenza, che la vittima del divorzio sia innocente o che sia colpevole. 
Quest'analisi grammaticale del verso serve a mostrare l'incontrovertibile conclusione della prima parte: dalle parole di Cristo riportate da Matteo non si può dedurre la permissibilità neanche di un solo tipo di rimatrimonio.
La domanda dei Farisei ha a che fare con ciò che Mosè permetteva. Egli non concesse il divorzio in caso di adulterio, ma ordinò la morte. La domanda dei Farisei quindi non fa riferimento all'infedeltà quale causa di un eventuale divorzio; essa significava morte per chiunque l'avesse praticata. Senza dubbio in quel tempo questa condanna non era eseguita nei confronti di tali trasgressori, però era contenuta nei libri degli statuti della nazione di Israele. Questa discussione deve essere perseguita necessariamente ad un livello tecnico e non al livello di pratica come era allora applicata. Nessuno oserebbe pensare che la legge di Mosè non era osservata nella vita della nazione.

    In Giovanni 8 vediamo come i Suoi nemici cercarono di intrappolarLo, tentando di far sì che ripudiasse la legge di Mosè: nella loro controversia essi sostenevano che la legge di Mosè vigeva a tutti gli effetti. Lo stesso è vero nel caso del nostro brano.
Un altro approccio grammaticale, per una valutazione del concetto, insito nella parola "fornicazione", è questo: quando Gesù dice: "Tranne che per motivo di fornicazione" intende che la fornicazione non è da prendere in considerazione come ragione valida per un eventuale divorzio. Questa idea è contenuta nella parola di Matteo usata nel capitolo 5 "parektos" che significa "a parte da", tradotta "salvo per" o "eccetto per". 
In Atti 26:29 Paolo desidera che tutti fossero come lui "all'infuori di questi legami" (eccetto per questi legami), mettendoli da parte. Così Gesù parlando del divorzio starebbe escludendo la considerazione del caso di una moglie infedele, che subirebbe la morte prescritta da Mosè.

    Il Nuovo Testamento di Knox espone questo significato traducendo: "Mettendo da parte il caso di infedeltà". Questa stessa parola è usata in 2Corinzi 11:28 "per non parlar d'altre cose...", intendendo che la questione della "fornicazione" è fuori discussione.

    Nel capitolo 19, Matteo usa invece di "parektos", "ei me" che significa "se non, eccetto". L'uso in 1Corinzi 7:17, dove "ei me" è tradotto "ma" (la Versione Riveduta traduce "del resto"), sostiene l'idea di "lasciare fuori" le cose introdotte dalle parole. Il "ma", in questo caso di 1Corinzi, limita o corregge l'idea che può sorgere nella mente del lettore sulla frase "non sono vincolati" (v. 15). In questo caso "ei me" può essere tradotto "solamente", "salvo che" mirando a prevenire il lettore dall'applicare a sproposito al suo proprio caso quello che è stato detto, così traduce: "Solamente (ei me) come il Signore ha assegnato ad ognuno...così cammini" (New American Standard Bible). Applicando questo al brano di Matteo scopriamo che Gesù limita quello che sta dicendo sul divorzio e il rimatrimonio e le sue osservazioni, non includendo il caso di "fornicazione"; non si applicano per niente ad esso, dal momento che un tale peccato era punito con la morte e non con una concessione di divorzio.
Nel capitolo 5:31 l'atto del divorzio non era dato per adulterio, poiché veniva punito con la morte. Mosè concesse il divorzio e il rimatrimonio per "qualcosa di vergognoso" (Deuteronomio 24:1), ma mai per adulterio. Una donna adultera moriva per il suo peccato e questo permetteva al marito di risposarsi, perchè lo scioglieva da ogni vincolo. Quando Gesù risponde alla domanda dei Farisei sta affrontando il divorzio concesso da Mosè per altre ragioni, ma non sul profilo dell'adulterio. Questa frase "eccetto che" semplicemente lascia fuori da ogni discussione il caso "fornicazione".
L'effetto cumulativo di tutte queste incertezze di traduzione e interpretazione deve essere un solenne avvertimento per tutti coloro che sono tentati di intraprendere un secondo matrimonio mentre il primo coniuge è ancora in vita. Se eludessimo la semplice logica della prima parte di questo studio, queste incertezze non fornirebbero nessuna sicurezza per concretizzare i nostri piani in questa direzione.

    Le seguenti citazioni agiranno da adeguata conclusione e da sommario: 

- "Gesù proibisce il divorzio in senso assoluto e ristora il termine di paragone originale" (New Bible Commentary su Matteo 5:31-32). 

- "La tendenza del Suo insegnamento è creare una profonda avversione alla rottura delle relazioni matrimoniali. Quest'avversione può anche arrivare al punto di restringersi dalla separazione del legame anche nel caso di uno che abbia perduto ogni pretesa. L'ultima clausola dichiara senza riserve che sposare una donna mandata via è adulterio" (Expositor Greek Testament, su Matteo 5:32). 

- "Se avessimo solo gli evangeli di Marco e Luca e le epistole di Paolo, ci sarebbe solo una risposta da poter dare: Cristo non ha permesso il divorzio in nessun caso, in senso assoluto. La concessione del Vecchio Testamento, Egli insegna, era permessa per uno stato e un livello morale basso e opposto al concetto di matrimonio dato in Genesi (2:23)" (International Standard Bible Encyclopedia, Vol. III, pag. 1999). 

- "Certamente, dal significato letterale delle parole del nostro Signore, potrebbe sembrare... che il matrimonio del coniuge innocente dopo la separazione non dovrebbe essere concesso... il tenore dell'insegnamento del nostro Signore in altri posti sembra porre davanti a noi lo stato del matrimonio assolutamente indissolubile come tale, quantunque Egli possa sanzionare l'espulsione...di una moglie infedele" (The Greek Testament, Alford, su Matteo 5:31-32). 

- "Possiamo sostenere che l'insegnamento generale di Cristo sostiene l'indissolubilità del legame matrimoniale? La maggioranza dei Padri della Chiesa, da Giustino Martire (secondo secolo) in poi, afferma questo: coloro che ammettono la permissibilità del divorzio nel caso d'adulterio da parte della moglie, sono unanimi nell'asserire che, per ordinanza di Cristo, il rimatrimonio è proibito al marito durante la vita della colpevole; così, praticamente, se la separazione consensuale è concessa, la separazione legale è rifiutata.

    Tutte le dichiarazioni di Cristo su questo soggetto, salvo l'apparente clausola restrittiva (Matteo 5:32) e qui (19:9), proibiscono il divorzio in modo assoluto e chiaro, basandosi sulla legge della natura. Le parole di Marco 10:11 e Luca 16:18 sono date senza limitazione alcuna. Da questo Paolo deduce la sua conclusione della indissolubilità del legame matrimoniale, come possiamo vedere in 1Corinzi 7:10,11 e 39; Romani 7:2-3... la clausola "e chiunque sposa colei che è stata mandata via", ponderata senza riguardo a conclusioni anticipate, contiene certamente un'argomentazione a favore dell'indissolubilità del legame matrimoniale, come abbiamo detto sopra" (The Pulpit Commentary, su Matteo 19:9).
Donald Gee, ministro pentecostale di fama internazionale, ora col Signore, disse: "...Il matrimonio è un'istituzione permanente, edificata personalmente Dio Onnipotente nella natura profonda della razza umana e non può essere alterata senza far sì che l'intero edificio non vacilli."

    La testimonianza di Matteo, Marco, Luca e Paolo concernente il "gran mistero" dell'unione matrimoniale dovrebbe essere avvicinata nello spirito di Isaia 66:2: "Ecco su cui io poserò lo sguardo: su colui che è umile, che ha lo spirito contrito, e TREMA ALLA MIA PAROLA."


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